App. Roma Sez. I, Sent., 04/06/2012

Il requisito della verità del fatto, in tema di cronaca giudiziaria, si atteggia quale fedele corrispondenza tra la pubblicazione giornalistica ed il contenuto degli atti e degli accertamenti all’epoca svolti dalla magistratura o dalla P.G. da essa delegata (per tale motivo, la Corte di Appello di Roma ha confermato la sentenza con cui il Tribunale aveva respinto in primo grado la domanda di risarcimento del danno proposta contro l’Editore, il Direttore responsabile e alcuni giornalisti autori di un articolo in cui si dava conto delle risultanze di un’indagine penale; secondo il Giudice dell’impugnazione, infatti, un giornalista ha il diritto di pubblicare notizie corrispondenti al contenuto di atti giudiziari, senza la necessità di verificare preventivamente l’attendibilità della fonte, anche quando la notizia possa essere lesiva dell’altrui onore)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE D’APPELLO DI ROMA

1 Sezione Civile

Riunita in camera di consiglio e cosi’ composta:

CECERE dr. Mariangela – Presidente

MAFFEI dr. Corrado – Consigliere

FANTI dr. Lucia – Consigliere rel.

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella causa iscritta al n. 2777 del ruolo del’anno 2009, riservata in delibazione all’udienza del 2 dicembre 2011 e vertente tra:

MEDIASET S.P.A.

APPELLANTE

In persona del legale rappresentante, elettivamente domiciliata in Roma, via Cicerone n. 60, presso lo studio dell’avv. Stefano Previti e dell’avv. Pierluigi Picciolini che la rappresentano e difendono come da delega a margine dell’atto di citazione;

e

GRUPPO EDITORIALE L’ESPRESSO S.P.A.

In persona del legale rappresentante;

F.L.

M.E.

M.M.

APPELLATI

Tutti elettivamente domiciliati in Roma, piazza dei Caprettari n. 70, presso lo studio degli avv.ti Virginia Ripa di Meana e Valeria Vacchini, che li rappresentano e difendono per delega a margine della comparsa di costituzione;

avente ad oggetto: appello avverso sentenza 21196/2008 emessa dal Tribunale di Roma il 20/9/2008, pubblicata il 29/10/2008, (non notificata);

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

CONSIDERATO

che con la sentenza suindicata il Tribunale civile di Roma, pronunciando sulla domanda di risarcimento del danno da violazione dei diritti della personalità avanzata da Mediaset s.p.a. nei confronti del Gruppo Editoriale l’Espresso s.p.a., di E.M., di L.F. e di M.M. – rispettivamente editore, direttore responsabile e giornalisti autori dell’articolo, pubblicato sul quotidiano La Repubblica in data 5/5/2005, dal titolo “Italia 7 legata a Mediaset – il segreto dall’inchiesta HDC” – ha respinto la domanda, compensando integralmente tra le parti le spese legali;

che la domanda attorea muoveva dalla pretesa natura diffamatoria dell’articolo, il quale basandosi sul contenuto di un appunto (cd. “memorandum ad uso interno”, redatto da M.M., consulente della Rete Televisiva Gold 7), aveva operato un indebito accostamento tra Mediaset e l’inchiesta all’epoca condotta dalla Procura della Repubblica di Milano sul fallimento della societa’ HDC Datamedia, holding della comunicazione nel mercato demoscopico ed editoriale, nella quale C.L. (indagato e sottoposto a custodia cautelare per bancarotta fraudolenta) aveva ricoperto la carica di Presidente del Consiglio di Amministrazione;

che il Tribunale ha ritenuto: a) che in relazione alla domanda (subordinata) concernente la violazione del divieto di pubblicazione di atti di un procedimento penale, Mediaset difettasse di legittimazione attiva ed in ogni caso non fosse dimostrato che il “memorandum” fosse un atto del procedimento penale; b) che non fosse ravvisabile violazione alcuna delle norme in materia di tutela della privacy, stante l’insussistenza dell’ipotesi di reato prevista dall’art. 684 c.p. e rientrando l’articolo nei parametri dettati dall’art. 137 D.Lgs. n. 196 del 2003 (c.d. Codice della Privacy); c) che il dedotto contenuto diffamatorio dell’articolo fosse comunque scriminato dal legittimo esercizio del diritto di cronaca e di critica giudiziaria; d) che in particolare il riferimento dello scritto al “memorandum” fosse veritiero; f) che l’avere riportato, unitamente alla notizia vera (concernente l’esistenza ed il contenuto del “memorandum”), anche elementi marginali non verificati o inesatti (quali l’essere stato tale documento acquisito dalla Guardia di Finanza) non valeva ad alterare la verita’ della notizia, intesa nel suo nucleo essenziale; e) che l’esistenza del “memorandum” e la sostanziale conformita’ dello stesso alle risultanze delle indagini penali all’epoca svolte dalla Procura di Milano era del resto riscontrabile sulla base del contenuto dell’ordinanza del G.I.P. di Milano dr. Z. (emessa il 27/9/2005 in relazione a tale inchiesta nei confronti di C.L.); f) che la imprecisione di alcuni elementi di dettaglio delle notizie riportate giustificava peraltro la compensazione delle spese legali;

che avverso tale pronuncia ha proposto appello Mediaset s.p.a. chiedendo in via principale, ad integrale riforma della stessa, previo accertamento della illiceita’ della pubblicazione – poiche’ diffamatoria (non essendo scriminata dal legittimo esercizio del diritto di cronaca stante la falsita’ della notizia) ed al contempo violativa del diritto all’identita’ personale e contraria all’art. 15 D.Lgs. n. 196 del 2003 – la condanna dei convenuti, in solido tra loro o ciascuno per la responsabilita’ eventualmente accertata, al risarcimento dei danni non patrimoniali da essa subiti e subendi, da determinarsi nella misura di Euro 200.000,00 o in quella diversa ritenuta di giustizia, anche mediante valutazione equitativa;

che ha chiesto altresi’ la condanna degli appellati al pagamento in proprio favore della ulteriore somma di Euro 50.000,00 a titolo di riparazione pecuniaria ex L. n. 57 del 1958, nonche’ la pubblicazione della emandanda sentenza su quotidiani a tiratura nazionale;

che in via subordinata, ove ritenuto che il “memorandum” fosse effettivamente un atto del procedimento penale a carico di C.L., ha chiesto anche l’accertamento della illiceita’ della pubblicazione sotto il profilo della contrarieta’ della stessa al divieto di pubblicazione di atti di un procedimento penale, con vittoria delle spese legali del doppio grado;

che i convenuti, costituitisi in giudizio, hanno preliminarmente eccepito l’inammissibilita’ dell’appello con riferimento all’eccezione ed alla domanda nuova – rispettivamente la prima vertente sulla pretesa mancata originalita’ e/o difetto di valenza probatoria del “Memorandum” e la seconda sulla richiesta di accertamento della illiceita’ dell’articolo in rapporto al divieto di pubblicazione di atti di un procedimento penale insistendo per il resto nel rigetto dell’appello e nella condanna della controparte alle spese legali;

che con decreto del Presidente della I Sezione del 7/2/2011 e’ stata disposta la sostituzione del Consigliere relatore ed all’udienza del 2 dicembre 2011 la causa e’ stata trattenuta in decisione, con assegnazione di termini per il deposito di memorie conclusionali e di replica ai sensi dell’art. 190 c.p.c;

OSSERVA

Sulla inammissibilita’ dell’eccezione e della domanda nuove avanzate da Mediaset con l’atto di appello

Deducono i convenuti che per la prima volta soltanto nel presente grado Mediaset avrebbe contestato l’originalita’ e/o il difetto di rilevanza probatoria del “memorandum” (doc. 1 del loro fascicolo di parte di primo grado), mai formalmente eccepita, ne’ in alcun modo lamentata nel giudizio di primo grado.

Sostiene per contro Mediaset che l’avversa contestazione sulla mancata originalita’ dell’atto integrerebbe una mera difesa e come tale non incorrerebbe nel divieto sancito dall’art. 345 c.p.c.

Ritiene questa Corte che l’eccezione di inammissibilita’ colga nel segno.

Nel corso del giudizio di primo grado parte attrice non ha mai dubitato dell’originalita’ del “memorandum”, ne’ l’ha mai espressamente contestata nelle fasi processuali in cui avrebbe potuto farlo (a nulla rilevando il tardivo accenno contenuto in memoria conciusionale di replica).

Ogni sua difesa e’ stata al contrario volta a dimostrare che tale documento – poiche’ non entrato a far parte degli atti del procedimento penale in essere dinanzi alla Procura della Repubblica di Milano nei confronti di C.L. non poteva essere considerato quale elemento di indagine, fondante la scriminante del legittimo esercizio del diritto di cronaca giudiziaria opposta dal giornale.

Cio’ risulta dal contenuto testuale degli atti difensivi di Mediaset (atto di citazione di primo grado, memoria ex art. 183 c.p.c.) ed e’ confermato dal fatto che lo sforzo argomentativo del giudice di primo grado si e’ concentrato proprio su tale profilo, ovvero sulla valenza da attribuirsi al fatto che il “memorandum” fosse o meno entrato a far parte dell’inchiesta penale e sulle conseguenze da cio’ derivanti in punto di sussistenza della scriminante.

A tale proposito il Tribunale ha ritenuto che il documento in questione, contrariamente a quanto sostenuto nell’articolo, non fosse entrato a far parte degli atti del procedimento – in quanto come rilevato dal G.I.P. di Milano mai pervenuto alla Guardia di Finanza e quindi mai posto sotto sequestro – ma che ciononostante l’esistenza del medesimo (e quindi anche la provenienza dal Momigliano ed il suo contenuto) fosse indiscutibile quale fatto storico.

In particolare il giudice di primo grado ha in piu’ riprese affermato che tanto l’esistenza, quanto il contenuto del c.d. “memorandum” avrebbero trovato piena conferma nell’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti del Crespi.

Il fatto che la notizia riportata da Repubblica in parte qua fosse inesatta, sia pure per aspetti meramente marginali, ha poi indotto il giudice di primo grado a compensare le spese legali, nonostante la totale soccombenza di Mediaset.

Nel giudizio di primo grado, non soltanto Mediaset ha negato che il “memorandum” fosse – o potesse essere comunque considerato – atto di indagine, ma ne ha, a piu’ riprese, contestato il contenuto nel merito.

Ha in particolare preso le distanze dalla “tesi” ivi espressa, a tenore della quale Mediaset aveva fornito a Italia Gold 7 programmi televisivi sottocosto, in cambio di un linea editoriale favorevole a Forza Italia ed al suo leader.

La difesa di Mediaset si e’ incentrata sul fatto che, contrariamente a quanto emerso dall’appunto del Momigliano, il corrispettivo fosse comunque quello normalmente praticato per la cessione di diritti televisivi inerenti a prodotti editoriali gia’ ampiamente sfruttati ed ormai privi di interesse, sul rapporto contrattuale intercorso non gia’ con Italia 7 Gold, ma con la societa’ Teletutto e soprattutto sulla mancanza di qualsiasi collegamento tra il “memorandum” e l’inchiesta penale scaturita dal fallimento della Hdc.

In nessun punto al contrario Mediaset ha mai contestato la genuinita’ del “memorandum”.

Tanto premesso, appare dunque evidente che parte appellante ha dedotto nel presente grado un tema di indagine e di decisione del tutto nuovo (la contestazione circa la originalita’ del documento 1 della controparte), tale da alterare l’oggetto sostanziale dell’azione e costituente non gia’ una mera difesa, ma una vera e propria eccezione difensiva, che essendo scaturita dall’esigenza di contrastare l’avversa prospettazione (inerente la sussistenza della scriminante) avrebbe dovuto essere svolta in primo grado, nella prima difesa successiva alla costituzione in giudizio dei convenuti.

L’eccezione in questione incorre dunque nel divieto dei nova sancito dall’art. 345 c.p.c, con conseguente inammissibilita’ dei relativi motivi e delle pertinenti richieste di esibizione documentale (cfr. sul punto Cass., 13982/05, 6431/06, 514/06,15213/2005).

Per contro infondata e’ la censura di inammissibilita’ svolta dagli appellati in relazione alla domanda (avanzata da parte appellante in via subordinata) di accertamento della illiceita’ dell’articolo con riferimento alla dedotta violazione del divieto di pubblicazione di atti di un procedimento penale.

All’udienza di precisazione delle conclusioni del giudizio di primo grado (cfr. verbale di udienza del 4/12/2007) Mediaset ebbe a riportarsi alle conclusioni “rassegnate in sede di atto di citazione e di memoria ex art. 183 c.p.c.” ed in entrambi tali atti la predetta domanda subordinata, oggi riproposta, risulta effettivamente formulata.

I MOTIVO (sull’inconfigurabilita’ della scriminante del diritto di cronaca giudiziaria per difetto della verita’ della notizia)

Mediaset contesta la decisione impugnata con riferimento a tale profilo, ritenendo essersi verificato un completo travisamento delle risultanze processuali.

La forzatura degli atti di causa operata dal primo giudice emergerebbe sotto un duplice versante.

In primo luogo, il Tribunale avrebbe indebitamente affermato l’esistenza del “memorandum” e la coincidenza tra lo stesso ed il doc. n. 1 prodotto dai convenuti, benche’ l’esistenza del documento non emergesse affatto dal contenuto dell’ordinanza applicativa della custodia cautelare a C.L.. Il G.I.P. di Milano non lo aveva mai del resto personalmente visionato, poiche’ il “memorandum” non era mai entrato a far parte degli atti di indagine.

Non poteva poi in alcun modo sostenersi che il “memorandum” coincidesse effettivamente con il documento prodotto dagli appellati, trattandosi semplicemente di due fogli redatti su carta non intestata, non olografi e privi di sottoscrizione.

Ne deriverebbe che ammesso e non concesso che il “memorandum” di Momigliano sia mai esistito, non vi sarebbe prova che esso sia il documento prodotto da Repubblica.

Inoltre non era assolutamente vero che il “memorandum” confermasse il contenuto dell’inchiesta. Anzi a tale proposito il Tribunale di Roma – che diversamente dal G.I.P. di Milano aveva avuto in concreto la possibilita’ di esaminarne il contenuto – avrebbe dovuto escludere qualsivoglia attinenza del documento alla vicenda giudiziaria.

In secondo luogo il Tribunale avrebbe interpretato il requisito della verita’ del fatto in maniera eccessivamente elastica, in guisa da ritenere irrilevanti (quali meri elementi di dettaglio) particolari che al contrario erano da ritenersi di fondamentale peso nel contesto informativo, ovvero l’acquisizione del “memorandum” da parte della Guardia di Finanza.

Proprio tali ritenuti “dettagli” erano al contrario idonei a conferire al documento una peculiare attendibilita’ al cospetto dei lettori.

Ne deriverebbe la palese falsita’ della notizia contenuta nell’articolo e la conseguente insussistenza del requisito della verita’ del fatto necessario a sostanziare il diritto di cronaca giudiziaria, verita’ da intendersi quale fedele corrispondenza della narrazione al contenuto degli atti e degli accertamenti processuali compiuti dalla magistratura, nel contesto temporale in cui la notizia viene diffusa.

Il motivo e’ in parte, per quanto gia’ detto, inammissibile – con riferimento alla contestazione circa l’originalita’, l’esistenza del “memorandum” e la coincidenza tra il medesimo ed il doc. 1 prodotto dai convenuti – in parte infondato.

Nella sentenza impugnata si e’ sostenuto che tale documento, ancorche’ mai fisicamente entrato a far parte delle indagini preliminari sulla bancarotta della HDC, fosse comunque pertinente a tale inchiesta e quindi in sostanza idoneo a giustificare la notizia di stampa.

Si e’ poi osservato come l’avere l’articolo riferito che il “memorandum” era stato acquisito dalla Guardia di Finanza fosse un dettaglio effettivamente non veritiero, ma comunque irrilevante nel contesto informativo.

Ritiene la Corte che tale prospettazione sia condivisibile e corretta e che debba pertanto affermarsi la sussistenza della scriminante del diritto di cronaca.

Laddove afferma che sarebbe diffamatoria – poiche’ non coperta dalla scriminante – la pubblicazione sulla stampa di notizie (o di commenti) inerenti ad atti non acquisiti alle indagini svolte all’epoca dalla Magistratura, parte appellante muove da una ricostruzione fuorviante della giurisprudenza formatasi in materia di cronaca giudiziaria.

L’orientamento interpretativo secondo cui il requisito della verita’ del fatto, in tema di cronaca giudiziaria, si atteggia quale fedele corrispondenza tra la pubblicazione giornalistica ed il contenuto degli atti e degli accertamenti all’epoca svolti dalla magistratura o dalla P.G. da essa delegata, muove dall’esigenza di temperare il limite della verita’ obiettiva (cfr. Cass., 43382/2010, 2271/2005).

Il giornalista non puo’ cioe’ essere esposto alla necessita’ di dover personalmente verificare l’attendibilita’ delle notizie prima di ogni pubblicazione in quanto cio’ comporterebbe una paralisi del diritto-dovere di informazione. Pubblicare notizie esattamente rispondenti al contenuto di atti processuali e’ pertanto funzionale ad esonerarlo sia dall’obbligo di preventiva verifica delle proprie fonti, sia dalla responsabilita’ per diffamazione nella ipotesi di pubblicazione di notizie lesive dell’altrui diritto all’onore.

Tale condivisibile principio, ispirato ad innegabile favor per la liberta’ di manifestazione del pensiero, non puo’ pero’ esser interpretato in modo tale da escludere in modo assoluto il diritto per il giornalista di pubblicare documenti che non siano entrati a far parte di atti di indagine, o addirittura da ritenerne in ogni caso automaticamente diffamatoria la diffusione.

Deve al contrario ritenersi che in ossequio ai principi generali regolanti la materia, ove pubblichi notizie che facciano riferimento ad atti non entrati (o non ancora entrati) a far parte delle indagini preliminari, il giornalista se ne assuma in toto la responsabilita’, avendo l’obbligo sia di controllare scrupolosamente le proprie fonti informative, sia di rispondere dei danni in caso di fonti rivelatesi inaffidabili, nella cornice giuridica della scriminante putativa (art. 59, ult. co. c.p.).

Venendo al caso di specie, il fatto che il “memorandum” redatto da Momigliano non fosse entrato a far parte delle indagini preliminari svolte all’epoca della pubblicazione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, non implica alcuna automatica conseguenza sul piano della esclusione della scriminante.

Tale documento non soltanto non risulta essere falso, ma addirittura e’ stato citato come effettivamente esistente – e veritiero nei suoi contenuti nell’ordinanza cautelare del G.I.P. di Milano, poiche’ confermato anche da specifici atti di indagine (cfr. pag. 22 e segg. dell’ordinanza di custodia cautelare, doc. 4 allegato alla memoria ex art. 184 c.p.c. di Mediaset in primo grado).

Il riferimento giornalistico ad un atto non entrato, all’epoca della pubblicazione, nel materiale di indagine della coeva inchiesta penale risulta pertanto lecito, poiche’ effettuato sulla base di un attento e scrupoloso controllo della fonte informativa, come confermato dal G.I.P di Milano.

Pienamente condivisibile appare dunque l’assunto del primo giudice, che all’esistenza ed al contenuto del “memorandum” ha ancorato la sussistenza della causa di giustificazione.

Il motivo di appello appare infondato anche con riferimento agli ulteriori aspetti evidenziati, attinenti tanto alla mancanza di nesso pertinenziale tra il contenuto del “memorandum” e l’inchiesta penale sulla bancarotta di C.L., quanto alla esclusione dal concetto di verita’ del fatto di notizie di mero dettaglio, ancorche’ inesatte.

Il nesso pertinenziale – tra il piu’ volte citato documento e l’inchiesta milanese, nonche’, per sillogismo, tra l’inchiesta medesima e Mediaset – appare per contro palese ed e’ stato esattamente ricostruito dal Tribunale, alla stregua del contenuto dell’ordinanza del G.I.P. (vedi pag.4 della sentenza appellata).

Quanto alla lamentata interpretazione non formalistica del concetto di verita’ operata dal primo giudice, il fatto che nell’articolo sia stato affermato che il “memorandum” era “finito nelle mani della Guardia di Finanza di Milano ” circostanza invece smentita dall’ordinanza di custodia cautelare – appare condivisibilmente notizia di dettaglio, priva di autonoma valenza diffamatoria.

Cio’ in quanto non risulta scalfita la verita’ sostanziale della notizia – attinente sia all’esistenza, sia al contenuto del documento, sia alla pertinenza dello stesso all’inchiesta in corso – dovendo trovare applicazione il principio interpretativo in piu’ occasioni enunciato dalla Suprema Corte sul punto (cfr. ex pluribus, Cass., 60414/1997).

II MOTIVO (sull’inconfigurabUita’ del diritto di critica)

Parte appellante contesta la decisione di primo grado nella parte in cui ha ritenuto sussistente la causa di giustificazione del diritto di critica giornalistica.

Nell’articolo non sarebbe al contrario rinvenibile alcuna espressione di giudizi e valutazioni, trattandosi unicamente della descrizione di fatti, cosicche’ non sussisterebbe spazio per l’operativa’ della scriminante in questione.

Il motivo appare infondato.

Proprio il brano dell’articolo riportato dall’appellante nella descrizione del motivo (cfr. pag. 24 atto di citazione in appello) rende palese come nella pubblicazione le notizie di cronaca siano frammiste a commenti critici (“il memorandum sposta il fuoco dell’indagine., tutto, in quei fogli, dice una cosa sola..il documento mette in collegamento esplicito, quasi brutale, va vendita di programmi a prezzi super scontati con l’obbedienza della rete alla “autorita ‘ ” di Mediaset”, etc,).,

Trattasi cioe’, secondo quanto condivisibilmente ritenuto dal Tribunale, di una interpretazione soggettiva di fatti, situazioni e comportamenti, senz’altro consentita al giornalista.

Quando ci si limita all’espressione di un giudizio, si puo’ porre un problema di veridicita’ soltanto nel senso di non consentire un totale stravolgimento dei fatti medesimi, mediante falsificazioni o omissioni di parti essenziali della notizia.

In sintesi, secondo l’elaborazione della Suprema Corte, il parametro della verita’ e’ indifferente per la valutazione del giudizio critico che soggiace al diverso limite dell’interesse pubblico riconnesso al fatto o alla persona oggetto del giudizio, dovendo il requisito della verita’ essere peraltro riferito ai fatti costituenti presupposto del giudizio (Cass. Pen. 6548/1998).

A tale proposito la verita’ dei fatti presupposti all’opinione critica non deve essere necessariamente obiettiva, ma puo’ anche rientrare in un ambito putativo, purche’ ancorato ad un serio e scrupoloso giudizio di verosimiglianza, che nella prospettazione soggettiva del dichiarante sia ancorato a dati verificabili.

Puo’ infatti ritenersi legittima anche la critica inerente ad un fatto ancora da verificare, purche’ probabile in base alla ragionevole valutazione di altri fatti viceversa certi, a condizione che si verta su tematica di pubblico interesse e che la valutazione compiuta derivi dalla concatenazione logica di fatti gia’ accertati e correttamente riferiti (cfr. Cass., sez. V, 7 febbraio – 9 agosto 2001 n. 31037).

Ulteriore criterio interpretativo e’ poi fornito dal tema dello sviluppo critico della notizia di cronaca, ritenendosi rientrante nel diritto di critica la possibilita’ di sviluppare dati a propria disposizione ricavandone ragionevoli ipotesi ed anche riconducendoli a molteplici causali (cfr. Cass. Pen. 16/2/1995 n. 4000, 46193/2004).

Inoltre, con riferimento agli ulteriori parametri di legittimita’ necessari a configurare la circostanza scriminante del diritto di critica, deve essere valutato se le opinioni espresse siano o meno pertinenti ad un ambito di rilevante interesse generale – o per la natura della tematica, ovvero per la qualita’ pubblica dei protagonisti della vicenda – ed inoltre se possa dirsi o meno rispettato il requisito della continenza formale e contenutistica.

Nell’ambito del giudizio di bilanciamento tra l’interesse individuale alla reputazione e quello acche’ non siano introdotte limitazioni alla libera formazione del pensiero costituzionalmente garantita, occorre avere eminentemente riguardo alla natura di pubblico interesse degli argomenti trattati ed alla veste pubblica dei personaggi coinvolti, dovendo essere tanto piu’ ampio di diritto di esprimere il giudizio quanto piu’ la tematica coinvolga fatti o protagonisti di rilevanza pubblica.

La continenza va poi intesa quale utilizzazione di un linguaggio formalmente corretto ed urbano, quantunque non asettico ed imparziale, tale da non trascendere in un attacco personale, volto a colpire su un piano individuale la figura morale dell’offeso con riferimento ad ambiti personali e privati, diversi percio’ da quello – di pubblico interesse – sul quale l’opinione espressa deve vertere al fine di essere giudicata legittima ancorche’ lesiva dell’altrui reputazione.

Alla luce dì tali parametri interpretativi, ritiene la Corte di dover condividere la prospettazione operata con la sentenza impugnata.

III MOTIVO (sulla violazione dell’art. 684 c.p.)

Mediaset contesta infine la decisione impugnata – con riferimento alla ritenuto lesione del divieto di pubblicazione di atti di un procedimento penale soltanto in via subordinata, nella ipotesi in cui le controparti siano in grado di offrire la prova che il “memorandum” era effettivamente un atto entrato a far parte delle indagini preliminari svolte dalla Procura della Repubblica di Milano nei confronti di C.L. in relazione al reato di bancarotta fraudolenta.

In tale ipotesi a dire dell’appellante sussisterebbe, a carico dei giornalisti, il reato previsto a punito dall’art. 684 c.p. (in rapporto alla violazione del divieto di pubblicazione sancito dall’art. 114 c.p.p.) e Mediaset, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, avrebbe legittimazione a dolersene sul piano risarcitorio, trattandosi di reato plurioffensivo, che si propone di tutelare anche la reputazione del soggetto coinvolto in forza della indebita pubblicazione dell’atto di indagine coperto dal segreto.

Il motivo appare manifestamente infondato sotto entrambi i profili.

Da un lato e’ emerso che il documento in questione, al momento della pubblicazione, non era entrato a far parte del materiale di indagine, anche se la sua esistenza ed il suo contenuto erano stati ritenuti effettivi e genuini dal G.I.P. di Milano.

Ne deriva che il motivo – e di conseguenza la domanda, svolta appunto in via meramente subordinata – non ha ragion d’essere.

In secondo luogo e ad abundantiam, non puo’ che convenirsi con il Tribunale in ordine alla palese carenza di legittimazione della societa’ appellante con riferimento alla domanda risarcitoria fondata sulla asserita violazione del divieto di pubblicazione di atti coperti dal segreto.

Cio’ in quanto la ratio del reato previsto dall’art. 684 c.p. (in rapporto al disposto dell’art. 114 c.p.p.) e’ improntata esclusivamente, in via immediata e diretta, al solo perseguimento di finalita’ endoprocessuali, consistenti nell’interesse dello Stato al normale funzionamento dell’attivita’ giudiziaria ottenuto mediante la segretezza della fase istruttoria.

In particolare, nelle ipotesi di divieto assoluto di pubblicazione, tale interesse ha ad oggetto la tutela dell’attivita’ di ricerca della prova correlata all’intento di non far conoscere all’imputato la sussistenza e lo sviluppo delle indagini, onde evitare la possibile compromissione del reperimento e della acquisizione delle prove; mentre nelle ipotesi di divieto di pubblicazione di atti, ma non del loro contenuto, tale interesse e’ volto ad assicurare l’ esigenza di non condizionare il giudice del dibattimento.

Puo’ dunque escludersi che il sistema normativo emergente dal combinato disposto degli artt. 114 e 329 c.p.c. si ponga come obiettivo primario anche la protezione del diritto dell’imputato alla presunzione di innocenza.

La circostanza che la asserita arbitraria pubblicazione di atti (coperti o meno dal segreto) possa involgere, di fatto, conseguenze di rilievo relativamente alla reputazione del soggetto coinvolto nelle indagini, non e’ altro che uno degli effetti – non necessari e diretti – della condotta criminosa, peraltro non direttamente preso in esame dal legislatore e senz’altro tutelabile mediante la concorrente imputazione del reato di diffamazione a mezzo stampa, ovvero mediante la tutela apprestata dal D.Lgs. n. 196 del 2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali).

Sotto tale profilo Mediaset appare dunque carente di legittimazione attiva.

In conclusione l’appello appare sotto ogni profilo infondato e le spese legali vanno attribuite secondo il criterio della soccombenza.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando sul’appello contro la sentenza 21196/2008 del Tribunale di Roma, respinge l’appello come in atti proposto e condanna Mediaset s.p.a. – in persona del legale rappresentante – e rifondere ai convenuti, in solido tra loro, le spese legali, che determina nella misura di Euro 300,00 per esborsi, Euro 2800,00 per diritti ed Euro 12.800,00 per onorari (onorario base Euro 8.000,00, maggiorato nella misura del 20% in favore di ciascuna delle ulteriori tre parti ex art. 5, comma IV, D.M. n. 127 del 2004), oltre accessori di legge.

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