Cass. pen. Sez. V, 12/10/2004, n. 42643

Non può essere considerato esercizio di satira un banale insulto fondato su luoghi comuni e privo di qualsiasi aggancio con la reale condotta della persona criticata (per tale motivo la Cassazione ha ritenuto integrare il reato di diffamazione la pubblicazione di alcune foto riprese dal basso di una passerella allo scopo di scoprire le parti intime di una donna candidata alle elezioni comunali, corredate da alcune didascalie per alludere alle sue effettive qualità)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FOSCARINI Bruno – Presidente

Dott. PROVIDENTI Francesco – Consigliere

Dott. SICA Giuseppe – Consigliere

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Dott. NAPPI Aniello – Consigliere – N. 45969/2003

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

(omissis) n. a Roma il (omissis) (omissis) n. a (omissis) il (omissis) avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano depositata il 18 luglio 2003;

Sentita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Aniello Nappi;

Udite le conclusioni del P.M. Dr. Santi Consolo che ha chiesto il rigetto;

udito il difensore avv. Piramallo Nicoletta in sost. Avv. Biancolella G.;

 

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

 

1. (omissis) e (omissis) impugnano per Cassazione la sentenza che ne ha confermato la dichiarazione di colpevolezza in ordine al delitto di diffamazione, quanto a (omissis) e al delitto di cuiall’art. 57 c.p., quanto a (omissis) commessi ai danni di (omissis) di cui avevano pubblicato sul settimanale Eva Express Tremila del (omissis) alcune fotografie maliziosamente scattate dal basso di una passerella allo scopo di scoprirne le parti intime appena velate da slip trasparenti, e accompagnate da un commento riferito alla sfortunata partecipazione della presentatrice alle elezioni comunali a Roma, con ironiche allusioni alla trasparenza politica e alle effettive qualità della candidata.

(omissis) deduce violazione di legge e vizio di motivazione, protestando la propria estraneità al delitto di diffamazione, sia perchè egli si era limitato a vendere lo fotografie all’agenzia di stampa, senza contribuire in alcun modo alla scelta delle istantanee da pubblicare, sia perchè non aveva alcuna responsabilità per il commento pubblicato a corredo delle immagini, che, contrariamente a quanto affermato dai giudici del merito, non erano di per sè offensive.

2. (omissis) propone cinque motivi d’impugnazione.

Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione dell’art. 595 c.p. e vizi di motivazione della sentenza impugnata, sostenendo che non era stata lesiva della reputazione di (omissis) la pubblicazione delle fotografie, perchè le pose ritratte non erano nè volgari nè volontarie, sicchè non potevano avere alcun riferimento alle qualità morali o sociali della presentatrice.

E infatti secondo la giurisprudenza di legittimità non è il nudo in sè che può essere considerato lesivo, bensì l’eventuale contesto degradato e volgare in cui ne sia inserita la pubblicazione. Mentre le fotografie di (omissis) essendo state scattate nel corso di una sfilata di moda presentata dalla presentatrice, non era nè degradato nè volgare; e quindi contraddittoriamente la corte del merito ha ritenuto offensive le fotografie sol perchè ne lasciavano intravedere le natiche, il pube e la vagina. Nel caso in esame sarebbe configurabile tutt’al più un abuso di immagine.

Con il secondo motivo il ricorrente deduce violazione dell’art. 51 c.p. e mancanza di motivazione della sentenza impugnata, lamentando l’apodittico diniego della esimente dell’esercizio del diritto di cronaca e di satira. Sostiene che la concomitanza tra l’attività politica e di spettacolo di (omissis) rendeva di interesse pubblico il servizio fotografico e che costituiva lecito esercizio del diritto di satira l’accostamento tra le qualità fisiche e le presumibili qualità politiche della candidata, in quanto non espressivo di disprezzo.

Con il terzo motivo il ricorrente deduce violazione degli art. 13 e 21 legge n. 47 del 1948 e lamenta che apoditticamente i giudici del merito abbiano ritenuto configurabile l’aggravante della attribuzione di un fatto determinato, non potendo essere considerato sufficiente a tal fine il riferimento del settimanale al “vestito da scandalo” indossato dalla presentatrice, posto che dalle stesse fotografie risultava evidente l’assoluto conformismo dell’abito indossato da (omissis) corto al ginocchio.

Con il quarto motivo il ricorrente lamenta l’ingiustificato e illegittimo diniego del beneficio della non menzione della condanna, motivato con riferimento a un presunto disprezzo degli imputati per le più elementari regole di deontologia professionale, certamente inidoneo quale indice di gravità del reato e comunque contraddittorio con la valutazione posta a fondamento del riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche come prevalenti sulle aggravanti.

Con il quinto motivo infine il ricorrente deduce violazione degli art. 132 e 133 c.p. e vizio di motivazione della sentenza impugnata, lamentando che gli sia stata irrogata una pena identica a quella irrogata a (omissis) dichiarato colpevole di un delitto, quello di diffamazione, ben più grave di quello di cui all’art. 57 c.p. a lui addebitato.

3. Ai fini della decisione sui ricorsi è preliminare stabilire se la pubblicazione delle fotografie della querelante (omissis) possa essere considerata di per sè diffamatoria, prescindendo dal commento che le accompagnò.

Secondo quanto prevedono l’art. 10 c.c. e l’art. 97 primo comma della legge 22 aprile 1941 n. 633, sulla protezione del diritto d’autore, è civilmente illecita la pubblicazione dell’immagine altrui senza consenso dell’interessato, quando non sia collegata a fatti di interesse pubblico o svoltisi in pubblico (Cass. civ., sez. 1, 15 marzo 1986, n. 1763, m. 445077) ovvero quando sia comunque “tale da arrecare pregiudizio all’onore, alla reputazione, al decoro della persona medesima” (Cass. civ., sez. 1^, 5 aprile 1978, n. 1557, m.

390943). L’art. 595 c.p., invece, punisce a titolo di diffamazione l’offesa all’altrui reputazione.

Sicchè, mentre per aversi illecito civile è sufficiente che la pubblicazione leda anche solo il decoro della persona ritratta (Cass., sez. 1^, 15 marzo 1986, n. 1763, m. 445078), per aversi invece l’illecito penale previsto dall’art. 595 c.p. è indispensabile la lesione della reputazione della persona interessata. E per questa ragione nella giurisprudenza di questa Corte si è escluso che la pubblicazione dell’immagine nuda di una persona possa di per sè essere punita a titolo di diffamazione, quando il contesto pornografico della pubblicazione non sia caratterizzato da degrado e volgarità tali da dar luogo ad ambiguità (Cass., sez. 5^, 19 aprile 2002, Fantauzzi) circa il consenso dell’interessato.

Nel caso in esame non v’è dubbio che le immagini pubblicate siano tali da ledere il decoro di (omissis) perchè ne espongono le parti intime in posizioni evidentemente idonee a lederne il sentimento della propria dignità personale. Secondo la comune interpretazione, invero, il concetto di decoro viene riferito, in contrapposizione al concetto di onore in senso stretto, a tutte le qualità diverse da quelle morali, come la dignità fisica e intellettuale o professionale di una persona (Cass., sez. 5^, 30 novembre 1988, Adamo, m. 183931).

Non si può escludere peraltro che la pubblicazione delle fotografie sia idonea di per sè a ledere la reputazione di (omissis) benchè risulti evidente dall’intero contesto del servizio fotografico che le immagini furono abusivamente carpite durante una pubblica sfilata di moda contro la volontà dell’interessata, che era vestita in modo del tutto consono al contesto ambientale in cui operava come presentatrice di modelli da lei stessa firmati.

E’ indiscusso infatti che per reputazione deve intendersi l’opinione sociale dell’onore di una persona (Cass., sez. 5^, 28 febbraio 1995, Labertini, m. 201054). Ma le immagini pubblicate sono di per sè tali da attribuire alla presentatrice un comportamento compiacente e ammiccante. Sicchè non pare possa dubitarsi che una lesione all’onore di (omissis) derivò anche dalla pubblicazione in sè delle fotografie, benchè proditoriamente carpite contro la sua volontà.

Questa conclusione comporta come conseguenza il rigetto del ricorso di (omissis) 4. Per quanto attiene alla posizione di (omissis) d’altro canto, va rilevato che la contestuale pubblicazione delle fotografie e dell’allusivo commento che le corredava fu tale da ledere ulteriormente la reputazione della querelante.

Se è vero infatti che la pubblicazione delle fotografie controverse era di per sè lesiva della reputazione di (omissis) altrettanto vero è che qualsiasi immagine può comunque contribuire ad attribuire significato lesivo a un testo (Cass., sez. 5^, 12 dicembre 1991, Benincasa, m. 189102). E non v’è dubbio che nel caso in esame le indecorose fotografie di (omissis) furono utilizzate, più o meno esplicitamente, per sostenere che le sole effettive qualità della presentatrice erano quelle visibili al di sotto delle sue gonne, sicchè male aveva fatto la candidata a non farne mostra durante la campagna elettorale.

Il ricorrente sostiene che questo assunto, quand’anche lesivo della reputazione di (omissis) costituisca comunque esercizio del diritto di cronaca e di satira. Ma sarebbe un ben strano concetto di democrazia quello che autorizzasse a considerare esercizio del diritto di cronaca sbirciare furtivamente tra le gambe delle donne in politica; mentre è certamente espressione di un maschilismo becero e ormai fuori tempo quello che pretende di determinare esclusivamente in termini sessuali il valore di una donna.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, “il diritto di critica si differenzia da quello di cronaca essenzialmente in quanto il primo non si concretizza, come l’altro, nella narrazione di fatti, bensì nell’espressione di un giudizio o, più genericamente, di un’opinione che, come tale, non può pretendersi rigorosamente obiettiva, posto che la critica, per sua natura, non può che essere fondata su un’interpretazione, necessariamente soggettiva, di fatti e comportamenti” (Cass., sez. 5^, 16 aprile 1993, Barile, m. 194300).

Per questa ragione, quando il discorso giornalistico ha una funzione prevalentemente valutativa, non pone un problema di veridicità di proposizioni assertive e i limiti scriminanti del diritto garantito dall’art. 21 Cost. sono solo quelli costituiti dalla rilevanza sociale dell’argomento e dalla correttezza di espressione (Cass., sez. 5^, 24 novembre 1993, Paesini, m. 196459). Sicchè “il limite all’esercizio di tale diritto deve intendersi superato, quando l’agente trascenda ad attacchi personali, diretti a colpire, su un piano individuale, senza alcuna finalità di pubblico interesse, la figura morale del soggetto criticato, giacchè, in tal caso, l’esercizio del diritto, lungi dal rimanere nell’ambito di una critica misurata ed obiettiva, trascende nel campo dell’aggressione alla sfera morale altrui, penalmente protetta” (Cass., sez. 5^, 20 gennaio 1984, Saviane, m. 163712).

Com’è stato già chiarito, ciò che determina l’abuso del diritto di critica, quindi, “è la gratuità delle espressioni non pertinenti ai temi apparentemente in discussione; è l’uso dell’”argumentum ad hominem”, inteso a screditare l’avversario politico mediante l’evocazione di una sua pretesa indegnità o inadeguatezza personale, piuttosto che a criticarne i programmi e le azioni” (Cass., sez. 5^, 19 maggio 1998, Diaconale, m. 211482). Nè l’offesa personale può risultare legittimata da una forma espressiva che pretenda di suscitare ilarità. La satira può avere certo intenti polemici, ma deve essere comunque intesa a sferzare i vizi le abitudini e le concezioni delle persone, in quanto manifestazioni di ricorrenti debolezze umane, ovvero a disvelare l’incongruenza o il ridicolo dei valori costituiti nella cultura ufficiale. Sicchè non può essere considerato satirico un gratuito insulto sol perchè espresso in una parafrasi o in una similitudine più o meno fantasiose. Se è vero che la deformazione grottesca della realtà è propria della satira, è anche vero che il discorso satirico è necessariamente ambiguo, collocato a metà strada tra descrizione e manipolazione dei fatti.

Non può essere considerato esercizio di satira un banale insulto fondato su luoghi comuni e privo di qualsiasi aggancio con la reale condotta della persona criticata.

Il secondo motivo del ricorso di (omissis) è pertanto infondato.

5. Inammissibili sono invece i restanti tre motivi del ricorso di (omissis) Il terzo motivo è inammissibile per carenza di interesse ( art. 568 comma 4^ c.p.p.), perchè, come si desume dallo stesso ricorso, i giudici del merito hanno riconosciuto la prevalenza sulle aggravanti delle circostanze attenuanti generiche; sicchè non avrebbe alcuna incidenza sulla pena l’esclusione dell’aggravante del fatto determinato, di cui il ricorrente denuncia l’insussistenza. Il quarto e il quinto motivo del ricorso sono inammissibili per violazione dell’art. 606 comma 1^ c.p.p., perchè propongono censure attinenti al merito della decisione impugnata, congruamente giustificata con riferimento alla plausibile valutazione di gravità del reato, desunta dal ritenuto atteggiamento di disprezzo per la deontologia professionale del giornalista, e all’ovvia considerazione per la natura solo pecuniaria della pena irrogata.

P.Q.M.

La Corte rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del procedimento.

Così deciso in Roma, il 12 ottobre 2004.

Depositato in Cancelleria il 3 novembre 2004

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