Cass. pen. Sez. V, Sent., 22/11/2011, n. 43264

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE QUINTA PENALE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: …

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. OLDI Paolo Presidente

Dott. BEVERE Antonio rel. Consigliere

Dott. FUMO Maurizio Consigliere

Dott. LAPALORCIA Grazia Consigliere

Dott. DEMARCHI ALBENGO Paolo Consigliere

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

1) P.R., N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 1114/2007 CORTE APPELLO di GENOVA, del 15/12/2009;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 06/07/2011 la relazione fatta dal Consigliere Dott. ANTONIO BEVERE;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. IZZO Gioacchino, che ha concluso per l’a.s.r. perchè il fatto non costituisce reato.

Udito, per la parte civile, l’Avv. Tononi Pasquale.

Udito il difensore avv. Righi Andrea e avv. Pesce Daria.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

La corte di appello di Genova, con sentenza 15.12.09, in riforma della sentenza 20.2.07 del tribunale della stessa sede, appellata dalla parte civile M.G., legale rappresentante della compagnia di navigazione Ignazio Messina & c. spa, ha dichiarato P.R. responsabile agli effetti civili del reato di diffamazione e l’ha condannata al risarcimento dei danni subiti dalla parte civile, da liquidarsi in separato giudizio, nonchè al pagamento di una provvisionale liquidata in Euro 20.000, oltre alla rifusione delle spese per il secondo grado di giudizio.

P.R., giornalista della testata (OMISSIS), autrice del servizio giornalistico trasmesso alle ore 20 del (OMISSIS), è stata accusata di aver offeso la reputazione della suddetta impresa, con attribuzione di un fatto determinato, per aver narrato e commentato un incendio, avvenuto in una delle sue navi, la (OMISSIS), avente un carico di sostanze chimiche. La nave era poi arenata sulle coste della riserva naturale (OMISSIS), zona di pregio ambientale riconosciuta dall’ONU. I difensori della giornalista hanno presentato ricorso per i seguenti motivi formulati sia nel ricorso dell’avv. Salvatore Pino, che in quello dell’avv. Daria Pesce:

A) vizio di motivazione e travisamento della prova in relazione al mancato riconoscimento del diritto di cronaca. Il vizio di motivazione riguarda l’accusa mossa alla P. di essersi allontanata dalla ricostruzione del fatto, operata da Legambiente e WWF, ingrandendola e deformandola, riferendo falsamente:

1. il silenzio della compagnia di navigazione;

2. la sua mancata collaborazione con le autorità sudafricane;

3.l’ignoranza di queste sul carico della nave;

4. la condizione di carretta del mare della nave;

5. il coinvolgimento della nave in indagini dell’autorità giudiziaria.

Quanto al comportamento della compagnia, la P. ha solo aggiunto la circostanza che la società si era affrettata a mandare in Sud Africa un esperto internazionale antinquinamento.

La sentenza, presentando questo dato come idoneo a formulare un giudizio negativo sulla società, ne ha stravolto il significato: con tale riferimento, la giornalista ha riconosciuto alla compagnia il merito di essersi immediatamente attivata, al fine di aiutare le autorità locali nella gestione e soluzione del problema. Per quanto riguarda la notizia sul silenzio della Compagnia e sull’ignoranza delle autorità sudafricane, non vi sono sostanziali scostamenti rispetto al resoconto delle associazioni ambientalistiche.

Il contesto della narrazione mostra come il pensiero della giornalista si sia discostato da quello delle due associazione ambientali, ponendosi in una posizione favorevole all’impresa. La valutazione della (OMISSIS) quale carretta del mare è stata formulata da WWF e da Lagambiente, e questa espressione non è stata utilizzata dalla giornalista, a cui la sentenza erroneamente l’attribuisce.

La notizia del coinvolgimento della nave in indagini giudiziarie su traffici illeciti di rifiuti pericolosi è narrata dalle associazioni ambientaliste e nulla è stato aggiunto dalla P.; Una differenza può riguardare la presenza dell’alfanaftilammina tra le sostanza trasportate, ma sul punto la sentenza non si sofferma particolarmente, essendosi limitata a sottolineare che si tratta di una sostanza chimica pericolosa, ma non di un rifiuto tossico. Non si tratta di un aspetto sostanziale della narrazione e comunque la nave era autorizzata al suo trasporto.

In conclusione, si sottolinea la illogicità della motivazione, perchè si attribuisce al servizio un intento polemico, mentre la giornalista ha trattato l’accaduto con la dovuta equidistanza, esercitando il diritto di cronaca in maniera esemplare; il travisamento della prova riguarda anche il paradosso di attribuire all’intervista al dipendente dell’impresa, in chiusura del servizio, un significato contrario alla logica, arrivando a sostenere che la possibilità data alla M. di giustificarsi e di offrire precisazioni a proprio favore, in realtà va inquadrata nell’intento diffamatorio della giornalista. Secondo la corte territoriale, l’intervista, avvenuta prima della trasmissione del servizio, non è stata tenuta in considerazione dalla giornalista “anzi è apparsa come la timida e inconcludente giustificazione di soggetti colti in fallo”.

B. violazione di legge in riferimento all’art. 51 c.p., per mancato riconoscimento del diritto di cronaca e di critica), anche nella forma dubitativa.

I fatti narrati in maniera autonoma rispetto alla notizia diffusa dalle associazioni ambientaliste sono veri:

1. quanto al silenzio della compagnia di navigazione è emerso che questa non era pienamente a conoscenza del contenuto del carico ricevuto per il trasporto(lo ammise la stessa compagnia M.) e che l’incertezza su questi dati si è protratta nei mesi successivi (in ottobre, nella commissione parlamentare di inchiesta, venne sottolineata la necessità di conoscere quantità e natura del materiale trasportato; nel mese di novembre due interrogazioni di parlamentari al ministro dei trasporti e al ministro dell’ambiente chiedevano di attivarsi per accertare la reale composizione del carico e se la nave avesse a bordo solo sostanze pericolose autorizzate).

2. sulla mancata collaborazione della società con le autorità sudafricane, come già rilevato, la P. ha riferito un fatto contrario, cioè l’avvenuta collaborazione effettuata con l’invio della Smit International per aiutare le autorità locali nell’opera di disinquinamento;

3. sull’ignoranza di queste autorità sul carico della nave, trattasi di un fatto vero, riguardante tutti gli altri soggetti interessati;

4. sulla qualifica di carretta del mare, questa espressione è assente nel servizio della P.. Il carattere obsoleto della nave è emerso dalle dichiarazioni della stessa parte civile e dall’interrogazione parlamentare, in cui era contenuta la valutazione su questa caratteristica della nave e della sua inidoneità al trasporto di sostanze pericolose, in quanto varata nel 1978. Comunque dal verbale dell’inchiesta del ministero dei trasporti 27/2003, è emerso che l’incidente si era verificato, in massima parte, per responsabilità della compagnia, che aveva installato in modo precario un serbatoio di gasolio, senza le necessarie certificazioni ed autorizzazioni, da cui era uscito il carburante, finendo nel motore e causando un incendio.

5. quanto al coinvolgimento in indagini dell’autorità giudiziaria,va rilevato, in premessa, che non è stato usato il termine coinvolgimento, ma “la nave è stata citata, in inchieste della magistratura italiana”. Inoltre è stata prodotta dalla difesa documentazione attestante che la compagnia M. ha promosso procedimenti penali, in cui era costituita parte civile. Risponde quindi al vero che la nave sia stata citata in inchieste giudiziarie e c’è stato un precedente accertamento di un livello di radioattività su alcuni contenitori sbarcati a (OMISSIS) e su questo la corte nulla dice.

La sentenza è illogica laddove ha considerato diffamatorio l’utilizzo della parola “fusto”, anzichè “container”, senza tener conto che è lo stesso M. a usare questo primo termine, indicando che i fusti sono inseriti nei contenitori sigillati. Nel corso dell’intervista, il responsabile sicurezza della compagnia M. ha affermato che le sostanze sono containerizzate ed erano in coperta in un posto all’aperto e sono bruciati praticamente tutti.

In ossequio agli orientamenti della S.C. e alla luce delle risultanze processuali la condotta dell’imputata andava scriminata, se non in base al diritto di cronaca,in base al diritto di critica: le notizie sono vere, sussistono i requisiti dell’interesse pubblico e della continenza espositiva. Sotto quest’ultimo profilo, va rilevato che la giornalista non ha usato un linguaggio colorito, toni aspri nè pungenti. Il comprovato utilizzo di forme condizionali e dubitative contrasta con un intento suggestivo.

C. Sulla verità putativa, la ricorrente osserva che non è giustificata la qualifica, data dalla corte alle associazioni ambientali, di portatrici di interessi, apprezzabili ma di parte, negando la qualità di fonti sicure ed affidabili.

Ugualmente è criticato l’argomento della sentenza circa l’assenza di immediatezza nella notizia sull’incendio : il servizio televisivo è stato lanciato il (OMISSIS), mentre era in corso l’incendio,iniziato il precedente giorno dieci, mentre l’episodio estremamente rilevante,nell’ambito dell’intero episodio, costituito dall’arenarsi nella riserva naturale (OMISSIS) è avvenuto tra il (OMISSIS) successivi.

Le conoscenze erano quindi parziali, ma l’autorevolezza delle fonti (WWF e Legambiente) legittimava la diffusione, visto anche l’alto interesse pubblico e le forme prudenti impiegate dalla giornalista.

Sull’elemento psicologico, viene censurata la sentenza, in quanto la corte non si sofferma sulla sussistenza dell’elemento psicologico, a titolo di dolo, anche nella fattispecie del dolo eventuale, mentre sembra propendere per una responsabilità a titolo di colpa.

Sulla statuizioni civili, la ricorrente rileva che venuta meno la sussistenza del reato di diffamazione, va annullata la condanna al risarcimento dei danni; anche la condanna al pagamento della provvisionale, pur non censurabile in sede di ricorso per cassazione, deve subire l’effetto della declaratoria di nullità della sentenza.

Il reato è estinto per prescrizione e quindi il giudice di appello, nel dichiarare, ex art. 578 c.p.p., la causa estintiva, deve decidere, ai soli effetti civili, delle disposizioni di cui all’art. 578 c.p.p., della sentenza concernenti gli interessi civili, verificando l’esistenza degli elementi della fattispecie penale. Nel caso in esame, i vizi di motivazione comportano l’annullamento della sentenza di secondo grado e il rinvio al giudice civile competente.

Il ricorso non merita accoglimento.

Le argomentazioni critiche dei difensori non incidono sulla correttezza del nucleo centrale della ricostruzione e della valutazione dei fatti, compiute dalla sentenza impugnata.

Va rilevato che in tema di diritto di cronaca e quindi di prova della verità, non rientra nel perimetro del sindacato di questa corte il riesame critico del fatto che è stato oggetto della esposizione giornalistica, essendo il giudizio limitato esclusivamente alla verifica della corrispondenza alle risultanze processuali della ricostruzione compiuta dal giudice di merito nonchè dell’adeguatezza dei passaggi argomentativi, di cui si è servito per supportare il proprio convincimento sulla sussistenza o insussistenza dell’esimente invocata.

Il dato storico incontestato è costituito dall’incendio della nave (OMISSIS) della Compagnia Messina, avvenuto presso le coste della riserva naturale di (OMISSIS), zona di pregio ambientale, riconosciuta dall’ONU. Questo evento ha suscitato allarme nella pubblica opinione internazionale, a causa del carico della nave, costituito, tra l’altro, da numerosi cointainer, contenenti sostanze chimiche, classificate pericolose. La notizia dell’evento è stato diffusa, con dispacci via internet, da associazioni ambientaliste, tra cui WWF e Legambiente.

La corte di appello ha rilevato che la sentenza del primo giudice aveva strettamente collegato la narrazione della P. con il contenuto del dispaccio di queste ultime associazioni, che, per la loro autorevolezza, potevano essere considerate come punti di riferimento della verità del fatto. Ha dato atto che il tribunale aveva riconosciuto che la P. aveva riportato anche fatti non veri, concernenti il diniego di informazioni, da parte della compagnia Messina, e il trasporto di alfanaftilammina.

Sul punto, la sentenza di primo grado aveva dato rilievo all’immediatezza della notizia e all’esigenza della tempestività dell’informazione, giustificative di una minore accuratezza nella verifica della verità dei fatti. Quanto all’inesistente trasporto della suindicata sostanza, il tribunale ha escluso capacità diffamatoria della notizia, dando specifico rilievo alla circostanza che il fatto era compreso nell’autonomo periodo sintattico concernente la globale attività,svolta dalla nave nel corso degli anni, nonchè alla sussistenza dell’autorizzazione al trasporto della sostanza. La sentenza comunque aveva concluso che, alla luce di questi elementi e dell’accertato rispetto dell’interesse pubblico alla conoscenza di notizie relative alla tutela dell’ambiente e dell’assenza di toni offensivi o denigratori ,andava riconosciuta l’esimente del diritto di cronaca , quanto meno a livello putativo, avendo la giornalista attinto le notizie da fonti risultate pienamente attendibili.

Il giudizio, espresso dalla corte territoriale, di disconoscimento di autorevolezza e affidabilità di queste fonti,nel caso in esame ha una sua logica articolazione, in quanto ha fondatamente ritenuto che le associazioni sono portatrici di interessi di parte, sia pure di nobile portata, inoltre ha accertato che le risultanze processuali hanno dimostrato che queste disponevano di notizie di seconda mano, non avendo svolto alcun accertamento diretto.

Va comunque rilevata la piena conformità alle risultanze processuali di dati storici, che hanno fondatamente consentito alla corte di merito di troncare alla radice la tesi della verità della narrazione della P., anche sotto l’aspetto putativo.

E’ risultato infatti, che è storicamente non dimostrata la volontà della compagnia Messina di aver volontariamente taciuto e nascosto informazioni sul contenuto dei fusti trasportati; è risultato che Legambiente e WWF non avevano sostenuto, nel diffondere la notizia, la renitenza della compagnia Messina a dare informazioni, ma avevano affermato solo che non risultavano informazioni sul carico. La carenza sui dati concernenti il contenuto del carico della nave non può essere presuntivamente attribuito a una volontà della compagnia di nascondere la verità. La corte ha razionalmente considerato come la falsa notizia di questa scelta della compagnia di tacere sull’identità delle sostanze chimiche trasportate, anche se collocata nel contesto di notizie vere (l’incendio della nave, varata da oltre 25 anni, contenente sostanze chimiche) ha dato alla società M.I. l’immagine di titolare di una globale attività illecita, da compiere nella clandestinità e in complicità nel lucroso, criminale affare dello smaltimento dei rifiuti pericolosi in mare. Questa diffamatoria attribuzione di pericolosità per l’ambiente al trasporto marittimo dell’impresa è confermata e rafforzata da un’altra notizia non vera: la P., andando al di là delle informazioni fino ad allora diffuse in termini probabilistici e vaghi, è approdata alla certezza sulla identità di una delle sostanze chimiche presenti sulla nave ancora in fiamme : la alfanaftilammina, “un agente chimico capace di distruggere interi ecosistemi”. Secondo una razionale valutazione, assolutamente insindacabile, la corte di merito ha escluso che la collocazione, sintatticamente autonoma, della notizia annulli la sua capacità di suggerire all’utente televisivo una precisa caratteristica negativa dei servizi di trasporto gestiti in maniera anomala dalla compagnia Messina.

Con pari razionalità, è stata negata rilevanza, a favore dell’imputata, all’argomento della esistenza dell’autorizzazione, concessa alla nave, di trasportare la sostanza, in quanto la potenziale e lecita presenza non legittima la falsa affermazione della certa presenza della sostanza sulla nave in fiamme.

La valutazione complessiva dei dati centrali e di quelli di contorno ha condotto la corte di merito ad attribuire alla generale impostazione del servizio di informazione televisiva una connotazione di evidente discredito : omettendo di presentare la (OMISSIS) nella sua reale connotazione di nave ricondizionata, passata indenne a controlli e ispezioni non preannunciate, nonchè idonea al trasporto lecito, di determinate sostanze pericolose, collocate in contenitori di particolare affidabilità (i container) ,ha insinuato nello spettatore l’idea che la compagnia gestisse una sorta di nave dei veleni. Il servizio della P. ha disegnato il negativo quadro di vita marinara,costituito dall’incendio di una nave carica di sostanze chimiche in una zona di alto valore ambientale, ponendolo nel contesto inesistente di segretezza e di rifiuto dell’armatore di dare spiegazione. E’ giunto così alla innaturale, artificiale, suggestiva descrizione di una globale attività illecita, svelata dall’incidente, che mostra la compagnia come protagonista di un sospetto trasporto di rifiuti pericolosi per mare, tra i quali si annovera la devastante alfa naftilammina. A questo tipo di informazione, la corte ha attribuito fondatamente carica diffamatoria, alla luce anche dalla incontestabile consapevolezza, da parte della giornalista, della sua idoneità a screditare, agli occhi dei cittadini e di potenziali committenti, la capacità di svolgere, nel rispetto delle regole, delicati e rischiosi servizi di trasporto marittimo.

Quanto alle critiche della ricorrente, basate sulla tempistica degli eventi e dirette all’esclusione, operata dalla sentenza, del requisito dell’immediatezza della notizia, va rilevato che questo argomento, unitamente a quello dell’assenza della tempestività dell’informazione, è stato trattato dalla corte di merito al fine di escludere la sussistenza del presupposto legittimante il sacrificio dell’accuratezza della verifica della verità della notizia e dell’affidabilità della fonte; tale presupposto sarebbe costituito dalla prevalente esigenza della velocità dell’informazione. Ritiene questa corte che tale asserito sacrificio è incompatibile sotto due profili con l’ordinamento giuridico vigente. Innanzitutto, va rilevato che questa comparazione tra interessi giuridicamente protetti non appare conforme alla normativa costituzionale, in base alla quale la giurisprudenza ha modulato i concetti di diritto di cronaca e di diritto di critica, con susseguente loro configurazione come cause di giustificazione, a norma dell’art. 51 c.p..

L’esigenza di velocità risponde – come riconosce la sentenza – a criteri di scelta commerciale, che non sono sindacabili in questa sede, ma che sono anche del tutto estranei alla norma della Carta costituzionale (art. 21), correttamente – stata posta a fondamento dell’esimente del diritto di cronaca qui invocata. Il sacrificio della reputazione è giuridicamente accettabile se giustificato dall’esigenza di esercitare un diritto di pari livello costituzionale, ontologicamente confligente, come la libertà di manifestazione dei pensiero. Il sacrificio non è accettabile se giustificato dall’esigenza di diffusione e di ascolto, dall’esigenza A; battere la concorrenza, al fine di mantenere e ampliare l’area dei lettori e degli utenti: queste esigenze non possono essere poste nell’area di tutela dei principi dell’art. 21 Cost. (ma eventualmente di quelli dell’art. 41 Cost.). La notizia può e deve essere ritardata, anche a costo della diminuzione e del mancato aumento di lettori e degli utenti, in quanto le esigenze imprenditoriali non sono tuttora ritenute prevalenti sui diritti della persona, ex artt. 2 e 3 Cost. Questo ritardo, in favore del controllo della verità , è pienamente coerente con altro requisito fondante : il pubblico interesse all’informazione. Va da sè che i cittadini non hanno alcun interesse a conoscere notizie veloci, ma non corrispondenti al vero.

In definitiva, l’informazione, come bene da produrre e da distribuire in regime di concorrenza, non ha la tutela che l’ordinamento riconosce al diritto di comunicare notizie, idee, commenti che il cittadino deve conoscere per partecipare in maniera consapevole alla vita sociale e politica.

Pertanto nessun rilievo possono avere le argomentazioni della ricorrente che – oltre ad essere impostate su una alternativa ricostruzione di dati storici – non sono giuridicamente e logicamente idonee ad affermare la tesi di una superiore esigenza dell’informazione, legittimante la diffusione di notizie diffamatorie, senza il tempestivo controllo della loro veridicità.

Le critiche della ricorrente sull’interpretazione di alcuni dati di contorno, esaminati dalla sentenza impugnata (il tempo dell’intervista a un dipendente della compagnia, la differenza di significato tra i termini fusto e container), propongono questioni di puro merito, assolutamente non riconducigli nel perimetro del sindacato di legittimità. Comunque, la corte di merito ha utilizzato questi dati interpretandoli solo a titolo di conferma del già sufficiente apparato logico argomentativo, su cui è fondato il convincimento sulla responsabilità della P..

Nel contesto sin qui esposto, perde ugualmente rilevanza il tema della diffusione della notizia sulla citazione della compagnia in inchieste dalla magistratura italiana, sul quale la certe di merito non ha espresso alcuna valutazione: rimane ferma la mancanza di verità dei fatti posti nel diretto quadro storico narrato nel servizio, e la loro idoneità a ledere fortemente la reputazione della compagnia Messina.

Quanto alla censura sulle statuizioni civili, si osserva che correttamente la corte di merito ha applicato il disposto dell’art. 576 c.p.p., che conferisce al giudice penale dell’impugnazione il potere di decidere sulla domanda di risarcimento pur in mancanza di una precedente statuizione sul punto (v. in tal senso S.U. n. 25083 dell’11.7.06, in Cass. pen. 2006, 3519 e 2008, 214). Questa disposizione introduce una deroga alla previsione dell’art. 538 c.p.p., legittimando la parte civile non soltanto a proporre impugnazione contro la sentenza di proscioglimento, ma anche a chiedere al giudice dell’impugnazione, ai fini dell’accoglimento della propria domanda di risarcimento, di affermare, sia pure incidentalmente, la responsabilità penale dell’imputato ai soli effetti civili, statuendo in modo difforme rispetto al precedente giudizio, sul medesimo fatto oggetto dell’imputazione e sulla sua attribuzione al soggetto prosciolto.

La correttezza della valutazione e della decisione del giudice di appello comporta la conferma delle statuizioni civili della sentenza.

Il ricorso va quindi rigettato con condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile, che si liquidano in complessivi Euro 2.000,00 oltre accessori come per legge.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile, che liquida in complessivi Euro 2.000,00 oltre accessori come per legge.

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