Trib. Milano Sez. I, Sent., 12-03-2013

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO TRIBUNALE DI MILANO SEZIONE I CIVILE Il Giudice Istruttore del Tribunale di Milano …

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI MILANO

SEZIONE I CIVILE

Il Giudice Istruttore del Tribunale di Milano dott. Patrizio Gattari in funzione di giudice monocratico ha pronunciato la seguente

sentenza

nella causa civile iscritta al n. 22466/2009 R.G. promossa

da

B.M., elettivamente domiciliato in Milano, via S. Eufemia n.2, presso e nello studio dell’avv. Andrea Maltoni, che lo rappresenta e difende per delega in atti unitamente agli avv.ti Pietro, Francesco e Carlo Carrozza del foro di Messina

attore

contro

M.P. e R.C.S. QUOTIDIANI S.P.A. in persona del legale rappresentante pro-tempore, elettivamente domiciliati in Milano, C.so di Porta Vittoria n.28, presso e nello studio dell’avv. Caterina Malavenda, che li rappresenta e difende per delega in atti

convenuti

oggetto: lesione identità personale – illecito trattamento dati personali – omessa pubblicazione rettifica – risarcimento danni.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con iniziale citazione a comparire davanti al Tribunale di Reggio Calabria il dott. M.B., Sostituto Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Messina, ha convenuto il dott. P.M. e la R.C.S. Quotidiani s.p.a., rispettivamente direttore responsabile e responsabile del trattamento dei dati personali e società editrice del quotidiano “Il Corriere della Sera”, chiedendo la condanna solidale dei convenuti a risarcire i danni subiti dall’attore a seguito della pubblicazione sul “Corriere” del 3/2/2006 (pag. 9) delle due tabelle “Giudici e Politica (a partire dal 1994)” in calce ad un articolo del giornalista D.M. dal titolo “I DS candidano i p.m. per premiarli dei loro servigi”.

Il giudice inizialmente adito ha dichiarato l’incompetenza territoriale del Tribunale di Reggio Calabria – con sentenza del 24/9/2008 (depositata il 2/10/2008) – e l’attore ha riproposto le medesime domande davanti al Tribunale di Milano nei confronti degli stessi convenuti con citazione notificata il 18-19/3/2009, nella quale viene integralmente trascritta la citazione originaria.

L’attore allega: che nelle tabelle pubblicate in calce all’articolo del 3/2/2006 venivano elencati i nomi dei magistrati che si erano candidati per il centrodestra e per il centrosinistra, con l’indicazione di quelli eletti al Parlamento, di quelli non eletti e di quelli impegnati nelle elezioni amministrative; che tra i giudici del centrodestra candidati e non eletti al Parlamento era inserito il suo nome; che la notizia era falsa e lesiva della personalità dell’attore dott. M.B. il quale, dopo aver chiesto nel 1996 un breve periodo di aspettativa per ragioni elettorali, non si era mai candidato al Parlamento; che aveva inutilmente inviato al convenuto direttore del quotidiano una richiesta di rettifica, dapprima con mail del 4/2/2006 e poi con raccomandata a.r. del 7/2/2006; che invece era stata pubblicata dal direttore responsabile la rettifica chiesta da un altro magistrato (Francesco Menditto) erroneamente indicato tra quelli candidati dal centrosinistra e non attraverso la pubblicazione della falsa notizia circa una sua candidatura in passato con il centrodestra e la sua non elezione al Parlamento sarebbe stata leso il suo diritto all’identità personale e sarebbero stati trattati illecitamente suoi dati personali sensibili e chiede la condanna dei convenuti/corresponsabili a risarcire i danni non patrimoniali che indica in complessivi 50.000,00 Euro nonché alla pubblicazione della sentenza di condanna.

I convenuti si sono costituiti con unica comparsa, nella quale a loro volta richiamano le difese già svolte davanti al Tribunale di Reggio Calabria – ad eccezione ovviamente della questione preliminare di incompetenza – ed in particolare deducono: che la pretesa risarcitoria fondata da controparte sulla mancata pubblicazione della rettifica è inammissibile poiché l’attore, a fronte dell’inadempimento del direttore, avrebbe eventualmente dovuto attivare lo strumento cautelare previsto dall’art. 8della L. n. 47 del 1948, ma non può invocare il risarcimento di un danno per la mancata pubblicazione della rettifica; che parimenti inammissibile è l’azione risarcitoria fondata sull’asserita violazione del Codice Privacy, poiché azionata nelle forme del rito ordinario di cognizione anziché in quelle del procedimento speciale disciplinato dall’art. 152 del Codice; che le pretese avversarie sono tutte in ogni caso infondate nel merito; che infatti in un articolo stampato circa dieci anni prima sul medesimo quotidiano (il 5/3/1996) erano stati pubblicati i nomi di magistrati che avevano chiesto ed ottenuto l’autorizzazione a candidarsi fra cui il dott. M.B.; che l’odierno attore aveva effettivamente chiesto all’epoca l’aspettativa per motivi elettorali; che non poteva essere ritenuta diffamatoria la pubblicazione in cui veniva richiamata la scelta fatta circa dieci anni prima dall’attore di candidarsi e che non aveva rilievo l’imprecisione relativa al fatto che poi tale candidatura non si era concretizzata; che non vi era stato nessun illecito trattamento dei dati personali dell’attore né una lesione della sua identità personale dal momento che effettivamente la controparte nel 1996 aveva chiesto di essere posto in aspettativa avendo deciso di candidarsi. Pertanto i convenuti chiedono il rigetto (…) e/o di merito.

Come detto l’attore fonda le sue pretese risarcitone sulla pubblicazione il 3/2/2006, nella pagina 9 del “Corriere della Sera”, del suo nominativo all’interno di una delle due tabelle (“Giudici e Politica”) riepilogative dei magistrati che dal 1994 avevano partecipato alla contesa politica, schierandosi con il centrodestra o con il centrosinistra, nonché sulla mancata pubblicazione della rettifica inviata al direttore del quotidiano.

All’interno delle tabelle in questione M.B. viene inserito fra i magistrati che si sarebbero candidati al Parlamento con il centrodestra e che non sarebbero stati eletti (vd doc. 2 dell’attore).

E’ incontroverso fra le parti che il dott. B. non è in realtà mai stato candidato al Parlamento, nonostante il medesimo magistrato fosse stato collocato in aspettativa per motivi elettorali dal 24 febbraio al 18 marzo del 1996 (vd citazione e comparsa di risposta).

Parimenti incontroverso è che, dopo la pubblicazione nel febbraio del 2006 della suddetta tabella, il dott. B., ritenendo la notizia pubblicata non vera e lesiva dei suoi diritti, ha chiesto inutilmente al direttore del quotidiano (P.M.) la pubblicazione di una rettifica, inviata dapprima per posta elettronica e poi con raccomandata a.r. del 7/2/2006 (vd doc. 3 e 4 dell’attore).

Il direttore responsabile del quotidiano oggi convenuto non contesta in alcun modo né di aver ricevuto la richiesta di pubblicare la rettifica, né che essa presentava i requisiti di pubblicabilità previsti dall’art. 8 della L. n. 47 del 1948, né infine di non aver adempiuto all’obbligo di pubblicazione della stessa, diversamente dal comportamento tenuto in relazione alla rettifica richiesta dal dott. Francesco Menditto (magistrato e all’epoca membro del CSM) per la medesima tabella e pubblicata alla p. 39 del “Corriere” in edicola l’8/2/2006 (doc. 7 dell’attore).

Ora, sulla base delle allegazioni (causa petendi) ope(…) delle(…) e precisate prima del maturare della preclusione assertiva, l’attore chiede il risarcimento danni per l’asserita lesione di propri diritti della personalità (in particolare del diritto all’identità personale e alla riservatezza/privacy) di cui sarebbero corresponsabili i convenuti per aver pubblicato il suo nome nella suddetta tabella, per aver trattato illecitamente nel caso concreto (senza il necessario consenso dell’interessato) i suoi dati personali e per non aver poi pubblicato la rettifica richiesta.

Prima di esaminare il merito delle domande dell’attore, va detto che è infondata l’eccezione di inammissibilità della domanda risarcitoria per violazione della disciplina sul trattamento dei dati personali, sollevata, come detto, dalla difesa convenuta sull’assunto che essa non poteva essere proposta se non nelle forme del rito speciale dell’art. 152 del D.Lgs. n. 196 del 2003.

Nel caso di specie tale domanda risarcitoria è stata infatti correttamente avanzata dall’attore a norma dell’art. 40 c.p.c. nelle forme del rito ordinario di cognizione, per effetto del cumulo con l’ulteriore domanda di risarcimento – per la violazione dell’identità personale – congiuntamente azionata e da trattare con il rito ordinario. E’ ben vero che fino all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 150 del 2011 - non applicabile “ratione temporis” al caso di specie – alle controversie in cui veniva in rilievo la disciplina sul trattamento dei dati personali si applicava il rito speciale disciplinato dall’art. 152 del Codice Privacy (sostituito ora dal rito del lavoro, per quanto non diversamente previsto dall’art. 10 del D.Lgs. n. 150 del 2011 cd di “semplificazione dei riti civili”), ma, secondo l’opinione prevalente di dottrina e giurisprudenza a cui si aderisce, tale previsione normativa non impedisce il cumulo di cause e il simultaneus processus, sempre che il cumulo oggettivo non comporti una inammissibile deroga alla competenza per territorio prevista dal Codice Privacy e che ricorrano altresì le condizioni di una cd connessione forte fra le cause cumulativamente proposte. Allorché, come nel caso di specie, l’attore intenda proporre nel medesimo giudizio una pluralità di domande, di cui una soggetta al rito speciale dell’art. 152 c.p.c. e le (…) applicazione l’art. 40 co. 3 in base al quale le cause cumulativamente proposte (o successivamente riunite) vanno tutte trattate e decise con il rito ordinario, che prevale su qualsiasi altro rito “speciale” per espressa volontà del legislatore (con eccezione del solo rito del lavoro quando una delle cause rientri fra quelle indicate negli artt. 409 e 442 c.p.c.)

Parimenti infondata è l’ulteriore eccezione di inammissibilità sollevata dalla difesa convenuta in relazione alla pretesa risarcitoria avanzata dall’attore per la mancata pubblicazione della rettifica.

Invero, la questione non pare correttamente posta, giacché la domanda di risarcimento del danno non si fonda sulla violazione del diritto dell’attore a vedere pubblicata la rettifica inviata al direttore del quotidiano nelle forme previste dall’art. 8 della legge sulla stampa, bensì sulla lesione del diritto all’identità personale del dott. B., al quale sono stati falsamente attribuiti nella tabella suddetta comportamenti e fatti (la sua candidatura al Parlamento con lo schieramento di centrodestra e la mancata elezione) che l’odierno attore non ha tenuto e che non sono avvenuti.

Con riferimento alla rettifica prevista dalla legge sulla stampa, giova richiamare l’insegnamento della Suprema Corte secondo cui “l’esercizio del diritto di rettifica di notizie od immagini pubblicate su giornali, che si assumano lesive dell’onore o contrarie a verità, previsto dall’art. 8 della L. 8 febbraio 1948, n. 47, come sostituito dall’art. 42 della L. 5 agosto 1981, n. 416, è riservato, sia per I’ “an” che per il “quomodo”, alla valutazione soggettiva della persona presunta offesa, al cui discrezionale ed insindacabile apprezzamento è rimesso tanto di stabilire il carattere lesivo della propria dignità dello scritto e della immagine, quanto di fissare il contenuto ed i termini della rettifica; diversamente, il direttore del giornale (o altro responsabile) è tenuto, nei tempi e con le modalità fissate dalla suddetta norma, all’integrale pubblicazione dello scritto di rettifica, purché contenuto nelle dimensioni di trenta righe, essendogli inibito qual(…) diretto a verificare che la rettifica non abbia contenuto tale da poter dar luogo ad azione penale (…)” (Cass. 24/4/2008 n. 10690); la giurisprudenza di legittimità ha altresì avuto occasione di precisare che il diritto di rettifica dell’interessato ed il corrispondente obbligo del direttore responsabile della testata di provvedere alla sua pubblicazione prescindono dalla liceità o illiceità delle notizie o delle immagini di cui viene chiesta la rettifica, in quanto la liceità o l’illiceità della pubblicazione costituisce oggetto dell’eventuale successivo giudizio di merito (vd al riguardo Cass. 24/11/2010 n. 23835). Tant’è che il ricorso alla procedura cautelare ex art. 700 c.p.c., espressamente previsto dall’art. 8 della L. n. 47 del 1948, costituisce uno strumento di tutela ulteriore riconosciuto dall’ordinamento all’interessato che abbia inutilmente chiesto la pubblicazione di una rettifica al direttore, ma il mancato esperimento dell’azione cautelare non preclude affatto l’azione di risarcimento del danno che il soggetto assume di aver subito a causa dell’illecita pubblicazione che lo riguarda.

Nel caso in esame, la pubblicazione del nominativo del dott. M.B. fra i magistrati che si erano candidati al Parlamento con il centrodestra e che non erano stati eletti, pur non potendo ritenersi diffamatoria – posto che attribuire falsamente a taluno di essere stato candidato al Parlamento per uno schieramento politico e di non essere eletto non lede la sua reputazione – risulta tuttavia effettivamente lesiva dell’identità personale dell’attore, perché induce il lettore a ritenere che il magistrato, contrariamente al vero, aveva in passato compiuto la scelta di candidarsi al Parlamento e, quindi, aveva inteso partecipare alla competizione politica e rendere pubbliche le proprie opinioni politiche.

Come detto, è invece pacifico che il dott. M.B. in realtà non era mai stato candidato al Parlamento prima della pubblicazione della tabella contenuta sul “Corriere” del 3 /2/2006.

Le prove costituende (interrogatorio formale dell’atto (…) difesa convenuta nella memoria ex art. 183 co. 6 n. 2 e reiterate in sede di precisazione delle conclusioni – sia pure probabilmente con un refuso, laddove viene chiesta l’ammissione dell’interrogatorio libero ex art. 117 c.p.c. anziché dell’interrogatorio formale chiesto nella memoria istruttoria – non sono ammissibili perché i capitoli dedotti sono inidonei a provocare la confessione giudiziale e l’esibizione non ha ad oggetto un documento specifico di cui è necessaria l’acquisizione al processo, come esplicitato nell’ordinanza dell’8/2/2011.

La illiceità della pubblicazione in esame non può essere esclusa dalla circostanza che circa dieci anni prima l’odierno attore aveva effettivamente chiesto di essere posto in aspettativa per ragioni elettorali e che tale notizia era stata pubblicata sul medesimo quotidiano (vd doc. 2 di parte convenuta). Attraverso una doverosa e sufficientemente attenta verifica delle fonti, i responsabili della pubblicazione della tabella avrebbero potuto (e dovuto) agevolmente avvedersi che il dott. M.B., pur avendo chiesto nel 1996 l’aspettativa per motivi elettorali, non si era poi candidato alle elezioni per il Parlamento con il centrodestra.

Contrariamente a quanto sostenuto dai convenuti, non assume nessun rilievo ai fini in esame se l’odierno attore nel lontano 1996 avesse inteso candidarsi al Parlamento con il centrodestra e se per ciò avesse chiesto l’aspettativa, né rilevano le ragioni per cui poi non sia stato candidato o abbia deciso di non candidarsi: la notizia così come pubblicata nel 2006 risulta oggettivamente non vera ed è idonea a ledere l’identità personale e l’immagine sia professionale sia privata del magistrato, attribuendogli falsamente la scelta di essersi candidato e quindi di essersi schierato con una parte politica e di aver così manifestato il proprio orientamento politico, che invece il dott. B. non aveva fatto.

In siffatta situazione, è ravvisabile una lesione del diritto all’identità personale dell’attore. Come già da tempo puntualizzato dalla giurisprudenza, “l’interesse della persona, fisica o giuridica, a preservare la propria identità personale, nel senso di immagine sociale, cioè di coacervo di valori (intellettuali, politici, religi(…) rappresentazione che di essa viene data nella vita di relazione, nonché, correlativamente, ad insorgere contro comportamenti altrui che menomino tale immagine, pur senza offendere l’onore o la reputazione, ovvero ledere il nome o l’immagine fisica, deve ritenersi qualificabile come posizione di diritto soggettivo, alla stregua dei principi fissati.(…) dall’art. 2 della Costituzione in tema di difesa della personalità nella complessità ed unitarietà di tutte le sue componenti, ed inoltre tutelabile in applicazione analogica della disciplina dettatadall’art. 7 cod. civ. con riguardo al diritto al nome, con la conseguente esperibilità, contro i suddetti comportamenti, di azione inibitoria e di risarcimento del danno, nonché possibilità di ottenere, ai sensi del secondo comma del citato art. 7, la pubblicazione della sentenza che accolga la domanda, ovvero, se si tratti di lesione verificatasi a mezzo della stampa, anche la pubblicazione di una rettifica a norma dell’art. 42 della L. 5 agosto 1981, n. 416″ (Cass. 22 /6/1985 n. 3769).

Facendo applicazione al caso di specie dei principi di diritto richiamati, si ritiene che l’aver attribuito falsamente al magistrato M.B. (nella tabella pubblicata sul Corriere il 3 /2/2006) di essere stato candidato alle elezioni per il Parlamento con lo schieramento di centrodestra e di non essere stato eletto concreta un fatto illecito di cui sono corresponsabili i convenuti nella rispettiva qualità di direttore responsabile e di editore del quotidiano.

La pubblicazione della falsa notizia contenuta nella tabella non può ritenersi espressione del legittimo esercizio del diritto di cronaca.

Infatti, “(…) il diritto di cronaca, tutelato dall’art. 21 Cost., può liberamente esplicarsi e prevalere su quello all’identità personale, ove ricorrano cumulativamente le seguenti condizioni: a) l’utilità sociale della notizia; b) la verità dei fatti divulgati; c) la forma civile dell’esposizione dei fatti e della loro valutazione (…)” (Cass. 7/2/1996 n. 978), ma, come detto, nel caso di specie manca l’indefettibile requisito della verità della notizia. Ne deriva che l’inserimento del nome dell’attore fra quello dei (…) centrodestra e non erano stati eletti non costituisce esercizio del diritto di cronaca costituzionalmente garantito.

La mancata pubblicazione della rettifica ex art. 8 legittimamente richiesta dal dott. B. non costituisce di per sé un illecito produttivo di un danno risarcibile, ma ha avuto indubbiamente l’effetto di non attenuare le conseguenze dannose derivanti dall’illecita pubblicazione del suo nominativo fra i candidati non eletti con il centrodestra. Al riguardo la Suprema Corte ha di recente affermato (in un caso di diffamazione a mezzo stampa ma i medesimi principi sono applicabili anche in caso di lesione dell’identità personale) che “(…) l’istanza di rettifica costituisce una facoltà attribuita all’interessato dall’art. 8 della L. 8 febbraio 1948, n. 47, ed avente la finalità di evitare che la pubblicazione offensiva dell’altrui prestigio e reputazione possa continuare a produrre effetti lesivi, ma non elimina i danni già realizzati; conseguentemente, il mancato esercizio di tale facoltà, mentre incide, ai sensi dell’art. 1227, primo comma cod. civ., sulla quantificazione del danno, ove si accerti che lo stesso avrebbe potuto essere attenuato con la rettifica, non rileva ai fini del secondo comma dell’art. 1227 c.c., atteso che la pubblicazione della rettifica non può escludere il carattere diffamatorio della dichiarazione, qualora l’”eventus damni” si sia già realizzato con la pubblicazione delle dichiarazioni offensive” (Cass. 15/4/2010 n. 9038).

La lesione dell’identità personale e dell’immagine pubblica dell’attore – non attenuata neppure attraverso la doverosa pubblicazione della rettifica inutilmente richiesta dall’interessato – è tale nel caso concreto da far ritenere superato il limite di tollerabilità esigibile da qualunque consociato (in primo luogo nei confronti della stampa), risultando gravemente lesivo della sua identità personale aver attribuito al magistrato condotte dallo stesso non tenute e idonee a veder compromessa, per la peculiare funzione pubblica svolta, l’immagine di indipendenza e di imparzialità che debbono sempre contraddisting(…) nel privato.

L’editore del quotidiano e il direttore responsabile convenuti sono corresponsabili del fatto dannoso (art. 2055 c.c.): l’editore perché esposto al rischio d’impresa per l’illecito commesso da suoi dipendenti e/o ausiliari nell’espletamento delle loro mansioni (art. 2049 c.c.); il direttore responsabile del quotidiano sia per aver colpevolmente omesso di controllare la liceità della pubblicazione (art. 2043 c.c.), sia per non aver poi pubblicato la rettifica, cui era tenuto ex art. 8 L. n. 47 del 1948, in tal modo aggravando le conseguenze dannose prodottesi con la pubblicazione della tabella.

Responsabili in solido (ex artt. 1294-2055 c.c.) del risarcimento del danno non patrimoniale subito dall’attore per effetto della lesione della sua identità personale sono pertanto entrambi i convenuti.

Inoltre, la pubblicazione del nominativo dell’attore all’interno della tabella più volte richiamata (senza il consenso dell’interessato) costituisce altresì un illecito trattamento dei dati personali del dott. M.B., in particolare di dati “sensibili” in quanto idonei a rivelare le sue opinioni politiche e l’adesione a partiti (art. 4 lett. d) del D.Lgs. n. 196 del 2003).

In base agli artt. 136 e 137 del Codice Privacy, la pubblicazione per finalità giornalistiche di dati personali ed anche di taluni dati “sensibili” (esclusi quelli cd “supersensibili” attinenti allo stato di salute e alla sfera sessuale) è consentita senza il consenso dell’interessato solo se ricorrono i presupposti per l’esercizio del diritto di cronaca e sempre che la pubblicazione dei dati personali sia essenziale per l’informazione su fatti di interesse pubblico e non contrasti con il Codice Deontologico dei Giornalisti (adottato dal Garante il 29/7/1998 – G.U. n. 179 del 3 /8/1998 – e che integra la disciplina del D.Lgs. n. 196 del 2003, in virtù della previsione contenuta nell’art. 139).

Nel caso di specie, l’assenza di correttezza dei (…) pubblicata (avvenuta candidatura con il centrodestra e mancata elezione del dott. M.B.) consentono di escludere che la divulgazione dei dati sensibili senza il consenso dell’interessato sia legittima ed avvenuta in presenza dei presupposti per l’esercizio del diritto di cronaca. Prima ancora che in base al Codice Deontologico richiamato (e in specie degli artt. 5 e 6 che verrebbero in rilievo), nel caso in esame il trattamento dei dati sensibili è illecito perché avvenuto nel fornire una notizia errata e non vera.

L’illecito trattamento dei dati dell’attore obbliga i responsabili al risarcimento del danno non patrimoniale, come espressamente previsto dall’art. 15 del Codice Privacy.

Responsabili dell’illecito trattamento nel caso di specie sono (oltre al giornalista autore della tabella ed incaricato al trattamento) anche l’editore e il direttore del quotidiano, rispettivamente titolare e responsabile del trattamento dei dati avvenuto illecitamente il 3 /2/2006 mediante la pubblicazione sul “Corriere” dei dati personali del dott. B..

Entrambi gli illeciti di cui sono corresponsabili i convenuti hanno provocato all’attore danni non patrimoniali risarcibili ai sensidell’art. 2059 c.c., come interpretato dalle Sezioni Unite della Cassazione nel 2008 (nelle sentenze cd di San Martino).

Per la liquidazione dei danni non patrimoniali deve necessariamente farsi ricorso al criterio equitativo (artt. 2056-1226 c.c.).

Ora, tenuto conto che gli illeciti sono stati commessi attraverso la pubblicazione di una falsa notizia su uno dei più autorevoli e diffusi quotidiani nazionali e che il direttore responsabile non ha proceduto a pubblicare la rettifica richiesta dall’interessato, nonché della peculiarità della lesione dell’identità personale dell’attore, sia in relazione all’attività professionale svolta dal dott. B. sia all’attività di giornalista/pubblicista dallo stesso svolta su alcuni quotidiani del meridione, sia infine del fatto che i dati personali illecitamente trattati riguardano le opinioni politiche e l’adesione ad un certo schieramento politico, si stima equo liquidare in Euro 15.000,00 il danno non patrimoniale subito per (…) Euro 10.000,00 quello per l’illecito trattamento di dati sensibili.

Trattandosi di danni liquidati equitativamente al valore attuale della moneta, gli importi suddetti non vanno rivalutati in base agli indici I.S.T.A.T. dalla data dell’illecito come preteso dal danneggiato..

Né competono all’attore gli interessi legali dall’illecito (pure domandati), poiché si verte in tema di debito di valore e non viene neppure dedotto che il danneggiato avrebbe subito un lucro cessante per il mancato tempestivo risarcimento (cfr. Cass. Sez. Un. 1712/1995). I convenuti vanno dunque condannati, in solido, a pagare all’attore a titolo di risarcimento dei danni la somma complessiva di Euro 25.000,00.

Su tale somma sono altresì dovuti gli interessi al tasso legale con decorrenza dalla data della presente sentenza, coincidente con la trasformazione del credito di valore in credito di valuta. Infine, considerato il lasso di tempo (circa sette anni) trascorso dagli illeciti di cui si discute, la pubblicazione della sentenza non avrebbe una efficacia riparatoria nel caso di specie, per cui la domanda ex art. 120 c.p.c. pure avanzata dall’attore non va accolta.

Infine, per il principio della soccombenza (art. 91 c.p.c.), i convenuti vanno condananti, parimenti in solido, a rifondere all’attore le spese di lite, liquidate come in dispositivo in base allo scaglione corrispondente all’entità del credito risarcitorio riconosciuto.

P.Q.M.

II l Tribunale di Milano, definitivamente pronunciando nella causa promossa, con citazione notificata il 18-19/3/2009, da M.B. nei confronti di RCS Quotidiani s.p.a.e di P.M., nel contraddittorio tra le parti, contrariis reiectis, così provvede:

1. condanna i convenuti RCS Quotidiani s.p.a. e P.M., in solido, a pagare all’attore M.B. a titolo di risarcimento danni la somma complessiva di Euro 25.000,00 oltre interessi al tasso legale dalla presente sentenza al saldo;

2. condanna i convenuti, parimenti in solido, (…) complessivi Euro 4.860,00, di cui Euro 360,00 per esborsi ed Euro 4.500,00 per compensi, oltre oneri accessori come per legge.

Così deciso in Milano, il 6 marzo 2013.

Depositata in Cancelleria il 12 marzo 2013.

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