Trib. Milano Sez. I, Sent., 26-04-2013

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO TRIBUNALE ORDINARIO di MILANO PRIMA CIVILE Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. …

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di MILANO

PRIMA CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Martina Flamini

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 41742/2010 promossa da:

A.M., elettivamente domiciliato in Milano, via San Barnaba n. 39, presso lo studio dell’avv. Giuseppe Lucibello e dell’avv. Ludovico Lucibello che lo rappresentano e difendono come da procura a margine del ricorso introduttivo

Attore

contro

GOOGLE ITALY SRL, in persona del legale rappresentante pro-tempore, elettivamente domiciliata in Milano, via Santa Maria alla Porta n. 2, presso lo studio dell’avv. Francesca Rolla e rappresentata e difesa dagli avv.ti Luigi Mansani e Federico Fusco, come da delega in calce alla comparsa di costituzione di nuovo difensore

GRUPPO EDITORIALE L’ESPRESSO SPA, in persona del legale rappresentante pro-tempore, elettivamente domiciliata in Milano, piazza Borromeo n. 10, preso lo studio degli avv.ti Virginia Ripa di Meana, Elisa Carucci e Alberto Vita Samory, come da delega a margine della comparsa di costituzione

Convenuti

OGGETTO: Diffamazione a mezzo stampa e tutela della riservatezza

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con ricorso ex art. 702 bis c.p.c., depositato il 9 giugno 2010 nei confronti del Gruppo Editoriale l’Espresso e di Google Italy S.r.l., A.M. chiedeva al Tribunale di Milano di accertare la natura diffamatoria e la illiceità dell’articolo “l’usuraio del casino’ ha evaso 84 miliardi” pubblicato su Repubblica il 29.9.1985 e riportato in rete nell’archivio on line di Repubblica al link http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/09/29usuraio-del-casino-ha evaso.html e, per l’effetto ordinare alle resistenti, la rimozione dello stesso. In particolare deduceva: che, in seguito alle segnalazioni di alcuni amici, solo in data 31.3.2009 aveva appreso la divulgazione in rete dell’articolo per cui è causa; che aveva inviato alla resistenti diffida stragiudiziale nella quale le aveva invitate ad intraprendere ogni iniziativa volta alla disattivazione ed alla rimozione del link sopra citato, ma che le resistenti avevano adottato misure inidonee a raggiungere lo scopo (e che solo Yahoo aveva rimosso la copia del “cachè” dall’url); che l’articolo recava notizie lesive del decoro, dell’onore e della reputazione dell’attore e che riportava fatti non veri; che, in particolare, il M. non era mai stato sottoposto a procedimenti penali per usura, che non aveva compiuto alcuna attività illecita, che non era stato destinatario di mandati di cattura e che non era mai stato latitante; che il M. aveva subito solo un procedimento penale per una presunta omessa dichiarazione dei redditi, ma che lo stesso era stato poi assolto con formula piena; che, anche a prescindere dalla falsità delle notizie riportate, l’articolo doveva essere rimosso per tutelare il diritto all’oblio del ricorrente.

Concludeva, pertanto, chiedendo di ordinare ai conventi l’immediata rimozione dalla rete del link http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/09/29usuraio-del-casino-ha evaso.html, o, in subordine, di impedire al motore di ricerca l’accesso al predetto link; la condanna al risarcimento dei danni conseguenti alla diffamazione e alla violazione del diritto all’oblio, la condanna alla pubblicazione della decisione ex art. 120 c.p.c., con vittoria di spese.

Si costituiva il Gruppo Editoriale l’Espresso S.p.A. chiedendo il rigetto delle domande di parte ricorrente perché infondate ed eccependo, in primo luogo, la prescrizione del diritto vantato dal ricorrente. Deduceva inoltre: che sin dal 1983 il M. era rimasto coinvolto in indagini giudiziarie volte ad accertare ed a reprimere infiltrazioni mafiose all’interno dei principali Casino’; che alcune agenzie di stampa avevano espressamente indicato il M. tra i personaggi legati al Casino’ di St. Vincent che avrebbero svolto attività di prestasoldi ed evaso il fisco per numerosi miliardi di lire; che le notizie narrate erano pertanto vere; che sin dal settembre del 2009 il Gruppo Editoriale l’Espresso aveva provveduto alla deindicizzazione dell’articolo in esame, impedendo così ai motori di ricerca di scansionare lo scritto e di renderlo fruibile agli utenti.

Si costituiva Google Italy S.r.l. eccependo la care(…) deduceva; che il servizio denominalo Google Web Search era operato e interamente gestito dalla società Google Inc. e che Google Italy S.r.l. si limitava solo a svolgere in Italia attività di consulenza e assistenza nel marketing, ricerca clienti e raccolta della pubblicità per conto di Google Inc.; che le disposizioni del Codice Privacy non potevano applicarsi comunque a Google Inc atteso che tale società statunitense non aveva in Italia alcuno stabilimento né svolgeva in Italia alcuna attività di trattamento. Eccepiva, inoltre, l’infondatezza delle domande di parte ricorrente e spiegava domanda riconvenzionale ai sensi dell’art. 96 c.p.c.

All’udienza del 12 aprile 2011 il giudice, diverso dall’odierno decidente, disponeva la conversione del rito ed assegnava i termini previsti dall’art. 183 sesto comma c.p.c.

Acquisiti i documenti prodotti, nelle more il procedimento veniva assegnato a questo giudice che, precisate le conclusioni, all’udienza del 15 gennaio 2013 tratteneva la causa in decisione, previa concessione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c.

Preliminarmente, occorre chiarire che correttamente il giudice istruttore, diverso dall’odierno decidente, ha disposto il mutamento del rito (da sommario di cognizione in ordinario), atteso che alle diverse domande (relative, le une, alla lesione dell’onore e della reputazione conseguenza dalla ritenuta diffamazione, disciplinata dal rito ordinario e le altre, relative alla lesione della privacy, disciplinata dal rito sommario di cognizione, all’epoca di introduzione del presente giudizio) si applica il rito ordinario (ex art. 40 comma 3 c.p.c).

In primo luogo devono essere rigettate le domande spiegate dal M. nei confronti di Google Italy S.r.l. per difetto di legittimazione passiva (sia con riferimento alle domande fondate sull’asserita diffamazione, sia con riferimento a quelle fondate sulla violazione della disciplina relativa al trattamento dei dati personali). Dai documenti prodotti da Google Italy S.r.l., infatti, risulta che l’attività di trattamento connessa all’utilizzo del motore di ricerca del sito wwvv.google.it è interamente gestita da Google Inc. – avente sede legale negli Stati Uniti (1600 Amphitheatre prkway mountain view, CA 94043) – e che l’odierna resistente si limita ad un’attività di supporto delle altre società del gruppo nel campo del marketing, ricerca clienti e raccolta della pubblicità (cfr. Marketing and Service Agreement, doc. 6 di Google). In particolare dai documenti prodotti (doc. 3) emerge che il servizio denominato Google Web Search – offerto dal motore di ricerca Google – è gestito da Google Inc., mentre il sito http://www.google.it/intl/privacypoliticy.html indica espressamente che la titolarità del trattamento di dati personali è di tale società e non delle controllate, come la resistente Google Italy S.r.l.

L’oggetto sociale di Google Italy riguarda “l’atti(…) prodotti e servizi di direct marketing e l’attività editoriale” (Statuto della società resistente, doc. 5). Tali attività sono del tutto autonome e distinte dai servizi offerti on line da Google Inc. e dai servizi relativi alla gestione dell’indicizzazione delle pagine web utilizzata dai motori di ricerca.

Le predette argomentazioni sono state costantemente affermate dalla giurisprudenza di merito (cfr.Tribunale di Roma 11.7.2011, Tribunae di Lucca 20.8.2007). In particolare il Tribunale di Milano, con argomentazioni pienamente condivise da questo giudice, ha chiaramente affermato che: “emerge l’impossibilità, sotto il profilo giuridico di ricondurre l’eventuale violazione dell’art. 5 del D.Lgs. n. 196 del 2003 a Google Italy S.r.l., non essendo essa minimamente coinvolta nell’attività di trattamento dei dati e non potendosi logicamente far derivare da un’attività di mero supporto alle altre società del gruppo nel marketing, ricerca clienti e pubblicità, obblighi giuridici che discendono da altre ed autonome attività” (Tribunale di Milano, 25.10.2010).

Tali conclusioni non possono essere superate dalle osservazioni del ricorrente, laddove ha ricordato che lo stesso Tribunale penale di Milano (nella pronuncia n. 1972/2010) ha definito Google Italy S.r.l. la mano operativa e commerciale di Google Inc., che la società resistente, in sede stragiudiziale, si era attività per porre rimedio alle richieste del ricorrente e che Yahoo ha immediatamente provveduto a risolvere il problema.

In primo luogo si osserva che le conclusioni raggiunte dal Tribunale penale di Milano non possono essere ritenute dirimenti nel caso in esame, atteso che nella pronuncia invocata da parte attrice il Tribunale ha valutato la responsabilità personale degli amministratori di Google Italy S.r.l. (e non la legittimazione processuale di una persona giuridica) ed ha esaminato questioni relative al diverso settore di google video e non di google web search.

In secondo luogo si osserva che la disponibilità manifestata in sede stragiudiziale dalla odierna resistente – e il fatto che una diversa società, quale Yahoo – abbia diversamente operato, deve comunque essere tenuta distinta dalla valutazione dell’esistenza di un obbligo giuridico che impone, in ragione di precisi obblighi contrattuali, un determinato comportamento (obbligo giuridico che, dai documenti prodotti, deve essere negato).

Per tutti questi motivi, deve essere affermato il difetto di legittimazione passiva di Google Italy S.r.l.

Prima di passare all’esame delle domande spiegate dal M., occorre valutare la fondatezza della domanda riconvenzionale exart. 96 c.p.c. proposta da Google Italy S.r.l. (anche ai sensi del terzo comma della detta disposizione).

La domanda in esame deve essere rigettata.

Anche l’art. 96 c.p.c., comma 3 (in ogni caso, qua(…) il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata) indubbiamente presuppone il requisito della mala fede o della colpa grave, non solo perchè è inserito in un articolo destinato a disciplinare la responsabilità aggravata, ma anche perchè agire in giudizio per far valere una pretesa che alla fine si rileva infondata non costituisce condotta di per sè rimproverabile (Cass. 30.11.2012 n. 21570).

Nel caso in esame, la difficoltà di individuare il soggetto titolare del trattamento dei dati personali e munito dei poteri di intervento dei dati contenuti nel sito (difficoltà che è provata dalla presenza di numerose decisioni della giurisprudenza di merito e dell’Autorità Garante della Protezione dei Dati Personali), la discutibile situazione nella quale di un illecito trattamento dei dati, stante le disposizioni di cui all’art. 5 del D.Lgs. n. 196 del 2003, non risponde né la società con sede in Italia (nel caso di specie Google Italy S.r.l.), né la società titolare dei poteri di intervento (per difetto del criterio di stabilimento di cui all’art. 4 della Direttiva 95/46/Ce, recepita nel citato art. 4), il comportamento tenuto da Google Italy S.r.l. nella fase antecedente all’instaurazione del presente giudizio (comportamento che ha giustificato il legittimo affidamento del M. nella possibilità della resistente di risolvere il problema), la presenza di diversi orientamenti giurisprudenziali (cfr. sentenza del Tribunale penale di Milano 1972/2010) escludono la possibilità di ritenere sussistenti i requisiti della mala fede o della colpa grave.

La domanda spiegata dalla resistente non può che essere rigettata.

Passando ora all’esame delle domande di parte attrice si osserva quanto segue.

In via generale, occorre premettere che con il mezzo di internet, come è intuitivo, si può commettere il delitto di diffamazione e che anche per le informazioni diffuse via internet occorrerà procedere al necessario bilanciamento tra diritti di rango costituzionale. In internet, il diritto di manifestazione del pensiero, riconosciuto dalla CEDU e dalla normativa nazionale, costituisce ed integra una causa di giustificazione, nell’ambito di un equo bilanciamento con altri diritti parimenti inviolabili e potenzialmente in conflitto, quali quello alla tutela dell’onore e della reputazione altrui, purché ricorrano: a) la sussistenza di un interesse ai fatti narrati da parte dell’opinione pubblica (principio di pertinenza); b) la correttezza con cui i fatti vengono esposti con rispetto dei requisiti minimi di forma (principio di continenza); c) la corrispondenza tra i fatti accaduti e quelli narrati (principio di verità oggettiva) con la precisazione che può ritenersi sufficiente anche la sola verità putativa purché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca (Cass. 19/1/2007 n. 1205; Cass. 22/3/2007 n. 6973).

Nel caso in esame il M. si duole del fatto che (…) line dell’archivio del quotidiano La Repubblica da parte di qualsiasi utente della rete Internet, l’articolo pubblicato il 29.9.1985 da titolo “l’usuraio del casino’ ha evaso 84 miliardi” – ritenuto diffamatorio -è divenuto, dal 24.4.2008 (data di inizio della possibilità di consultazione dell’archivio in esame on line), fruibile da parte di chiunque, essendo possibile rinvenirlo anche attraverso l’uso dei comuni motori di ricerca, e, in particolare, attraverso google.

L’eccezione di prescrizione spiegata dal Gruppo Editoriale l’Espresso S.p.A. merita accoglimento.

In primo luogo, si osserva che l’accessibilità on line all’archivio di Repubblica non comporta una nuova pubblicazione dell’articolo in esame, atteso che l’articolo del 29.9.1985 non è stato affatto ripubblicato, ma semplicemente reso consultabile nella sua versione originaria, accedendo all’archivio storico del quotidiano, anche tramite internet. L’unica pubblicazione di cui il M. si duole, infatti, è proprio l’articolo del 1985 che, in data successiva al 2008, è stata semplicemente resa accessibile ai fruitori di internet (in tal modo semplificando solo le possibilità di accesso all’archivio, ma non incidendo sul momento di realizzazione del presunto illecito), tramite l’archivio on line (cfr. le medesime conclusioni raggiunte dal Tribunale di Milano, ordinanza 12.3.2010).

L’odierno attore ha dedotto di aver appreso della divulgazione in rete dell’articolo per cui è causa il 31.3.2009, ma, a fronte dell’eccezione di prescrizione sollevata dalla convenuta, non ha neanche allegato di non aver avuto contezza, in epoca successiva al 1985, della pubblicazione del detto articolo. Al contrario, proprio in ragione dell’eco mediatica delle indagini giudiziarie che avevano riguardato alcuni soggetti legati ad alcuni casinò (tra i quali l’odierno attore), deve presumersi che il M. avesse appreso della pubblicazione in esame in epoca immediatamente successiva alla stessa (cfr. doc. 3, 4 e 5 del Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A.).

Alla luce di tali argomentazioni, deve concludersi ritenendo che l’esercizio del diritto al risarcimento dei danni per diffamazione sia estinto per prescrizione.

Passando all’esame delle domande dirette ad ottenere il risarcimento dei danni per violazione del diritto all’oblio e violazione delle disposizioni sul trattamento dei dati personali si osserva quanto segue.

Con il D.Lgs. n. 196 del 2003, il legislatore ha introdotto un sistema informato al prioritario rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali e della dignità della persona, e, in particolare della riservatezza e del diritto alla protezione dei dati personali nonché all’identità personale o morale del soggetto. In tale contesto, assume imprescindibile rilievo il bilanciamento tra contrapposti diritti e libertà fondamentali, dovendo tenersi conto del rango di diritto fondamentale assunto dal diritto alla protezione dei dati personali, tutelati dagli artt. 2 e 21 Cost., nonché dal(…) dell’Unione Europea, quale diritto che “concorre a delineare l’assetto di una società rispettosa dell’altro e della sua dignità in condizioni di eguaglianza” (Cass. 4.1.2011 n. 186).

In via generale, occorre ancor ricordare che mentre l’interesse pubblico sotteso al diritto all’informazione costituisce un limite al diritto fondamentale alla riservatezza, al soggetto cui i dati pervengono è correlativamente attribuito il diritto all’oblio (cfr. Cass. 9.4.1998 n. 3679) e cioè che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultino ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati.

Come chiaramente evidenziato dalla Corte di Cassazione (Css. 5.4.2012 n. 5525) il diritto all’oblio “salvaguarda in realtà la proiezione sociale dell’identità personale, l’esigenza del soggetto di essere tutelato dalla divulgazione di informazioni (potenzialmente) lesive in ragione della perdita (stante il lasso di tempo intercorso dall’accadimento del fatto che costituisce l’oggetto) di attualità delle stesse, sicchè il relativo trattamento viene a risultare non più giustificato ed anzi suscettibile di ostacolare il soggetto nell’esplicazione e nel godimento della propria personalità. Il soggetto cui l’informazione oggetto di trattamento si riferisce ha in particolare diritto al rispetto della propria identità personale o morale, a non vedere cioè “travisato o alterato all’esterno il proprio patrimonio intellettuale, politico, sociale, religioso, ideologico, professionale” (v. Cass., 22/6/1985, n. 7769), e pertanto alla verità della propria immagine nel momento storico attuale. Rispetto all’interesse del soggetto a non vedere ulteriormente divulgate notizie di cronaca che lo riguardano si pone peraltro l’ipotesi che sussista o subentri l’interesse pubblico alla relativa conoscenza o divulgazione per particolari esigenze di carattere storico, didattico, culturale o più in generale deponenti per il persistente interesse sociale riguardo ad esse “.

Occorre, ancora, ricordare che il 25.1.2012 la Commissione europea ha presentato ufficialmente il Regolamento 2012/0011. che andrà a sostituire la direttiva 95/46/CE e una Direttiva che dovrà disciplinare i trattamenti per finalità di giustizia e di polizia (attualmente esclusi dal campo di applicazione della direttiva 95/46/CE). “Nella proposta in esame – che, pur non essendo stata approvata, viene qui ricordata allo scopo di evidenziare la volontà del legislatore europeo di disciplinare il diritto all’oblio – viene riconosciuto espressamente il diritto all’oblio, in forza del quale gli utenti potranno richiedere “che i propri dati personali siano cancellati e non siano più processati laddove non siano più necessari in relazione alle finalità per cui erano stati raccolti”. Il testo sancisce inoltre l’obbligo da parte del soggetto che ha reso pubblici i dati di informare della richiesta di cancellazione altri soggetti che abbiamo copiato le informazioni o le abbiano “linkate”.

Tanto premesso, dopo aver ricordato che i pre(…) cronaca riferito all’attività giornalistica, verità storica e continenza formale della notizia, interesse pubblico alla sua divulgazione, presupposti in presenza dei quali “recedono” i diritti, anch’essi, come il diritto di cronaca, costituzionalmente garantiti, alla riservatezza, onore reputazione, immagine della persona cui i fatti divulgati si riferiscono, occorre citare le norme dettate dal D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, norme, che a sensi dell’art. 136del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, si applicano anche al trattamento dei dati personali per scopi giornalistici.

Tra le disposizioni del decreto in oggetto vengono in rilievo, ai fini del presente giudizio, l’art. 11, a mente del quale il trattamento dei dati personali può avvenire per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali i dati sono stati raccolti e trattati; l’art. 25, che vieta la comunicazione e la diffusione dei dati quando sia decorso il periodo di tempo indicato nel precitato art. 11 ; l’art. 7, che attribuisce all’interessato il diritto di ottenere la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati trattati in violazione di legge, compresi quelli di cui non è necessaria la conservazione in relazione agli scopi per i quali i dati sono stati raccolti o successivamente trattati; l’art. 15, in forza del quale chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi dell’art. 2050 c.c. (che sancisce la responsabilità per i danni provocati nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura, o per i mezzi adoperati); il secondo comma del citato art. 15 stabilisce che il danno non patrimoniale è risarcibile anche in caso di violazione dell’art. 11.

Tutto ciò premesso, nel caso di specie, nel bilanciamento tra diritto all’informazione e diritto all’oblio, deve essere accordata maggiore tutela al diritto all’oblio del M.. I fatti narrati nell’articolo “l’usuraio del casino’ ha evaso 84 miliardi” non sono tutti veri (in particolare è falso che egli abbia evaso 84 miliardi, che sia stato raggiunto da un mandato di cattura e che sia stato latitante; è vero solo che in quegli anni vi era un’indagine della Magistratura su presunte attività illecite compiute all’interno di alcuni casinò, da parte di molti soggetti tra i quali l’odierno ricorrente); difetta completamente il requisito dell’interesse pubblico (in ragione del fatto che il M. non riveste né ha mai rivestito cariche pubbliche e del fatto che sono trascorsi ormai quasi trenta anni dai fatti – lasso temporale nel quale ben può essere stato soddisfatto l’interesse pubblico alla conoscenza della notizia di fatti accaduti nel 1985).

A ciò deve poi aggiungersi che nel caso in esame difetta la stretta correlazione temporale tra l’identificabilità del titolare dei dati e la finalità del relativo trattamento. Tale finalità, infatti; (se astrattamente idonea a condizionare la persistente identificabilità del titolare) è astretta da rigorosi limiti temporali per i quali è giustificata (“per un periodo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali essi sono stati raccolti o successivamente tra(…) esame, non si ravvisa alcun motivo – neanche quello attinente alla tenuta dell’archivio, atteso che una copia cartacea potrà essere sempre mantenuta dalla società convenuta pur dopo la cancellazione dell’articolo dall’archivio telematico – per ritenere che la notizia di fatti, peraltro anche in parte falsa, pubblicata nel 1985, a distanza di quasi trent’anni, debba continuare ad essere conoscibile, in assenza, lo si ripete, di un tutelabile interesse pubblico.

Per tutti questi motivi, deve essere riconosciuto il diritto del M. al riconoscimento e godimento della propria attuale identità personale e morale.

In merito agli strumenti di tutela di tale diritto, è opportuno richiamare ancora l’orientamento della Corte di Cassazione (sempre nella citata pronuncia 5525/2012) laddove afferma che “anche in caso di memorizzazione nella rete internet mero deposito di archivi dei singoli utenti che accedono alla rete e cioè dei titolari dei siti costituenti la fonte dell’informazione (c.d. siti sorgente), deve riconoscersi al soggetto cui pertengono i dati personali oggetto di trattamento ivi contenuti il diritto all’oblio, e cioè al relativo controllo a tutela della propria immagine sociale, che anche quando trattasi di notizia vera, e a fortiori se di cronaca, può tradursi nella pretesa alla contestualizzazione e aggiornamento dei medesimi, e se del caso, avuto riguardo alla finalità della conservazione nell’archivio e all’interesse che la sottende, financo alla relativa cancellazione”.

Con riferimento al caso di specie, proprio in ragione del fatto che difetta l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti in esame (per le ragioni sopra esposte), che le finalità di archivio di una notizia così risalente ben possono essere assicurate attraverso la conservazione di una copia cartacea (in tal modo sicuramente sacrificando le possibilità di accesso alla notizia, ma in favore del superiore interesse all’identità personale, per le argomentazioni sopra esposte) e considerato il fatto che le procedure di c.d. deindicizzazione poste in essere dalle resistenti sono rimaste infruttuose (cfr. documentazione prodotta dalla difesa di parte attrice unitamente alla comparsa conclusionale), si ritiene che, ai sensi del citato art. 7 D.Lgs. n. 196 del 2003, possa essere disposta, a cura del Gruppo Editoriale l’Espresso – cui spetta di provvedere, cfr. Cass. 5525/2012) – la cancellazione dell’articolo “l’usuraio del casino’ ha evaso 84 miliardi” dall’archivio telematico del quotidiano La Repubblica.

Allo scopo di assicurare comunque la memoria storica della collettività, occorre precisare che il Gruppo Editoriale l’Espresso può conservare una copia cartacea dell’articolo nell’archivio della testata.

Solo incidentalmente si osserva che, come già affermato dalla Prima Sezione di questo Tribunale, non si pone un problema di violazione dell’art. 1 del R.D.L. 31 maggio 1946, n. 561 – che vieta la possibilità di procedere sequestro delle edizioni dei giornali, di pubblicazioni o stampati contemplati nell’editto della stampa 26 marzo 1848, n. 695 se non in virtù di una sentenza irrevocabile – atteso che non è possibile attuare un’interpretazione analogio(…) on line (sul punto, Tribunale di Milano, Prima sez. civ., 12 aprile 2012, Pres. Rel. Bichi).

L’attore ha altresì diritto al risarcimento dei danni subiti ex artt. 2043 c.c. e 15 D.Lgs. n. 196 del 2003.

Orbene, il danno non patrimoniale in esame discende dalla lesione di valori costituzionalmente garantiti dall’art. 2 Cost.

A tale riguardo, non può essere accolta la censura mossa dalla difesa di parte convenuta circa una carenza di riscontro relativamente ai danni cagionati dalla condotta illecita.

Attesa la natura del pregiudizio ad interessi di natura non economica aventi rilevanza sociale patito da parte attrice, infatti, la prova del danno si risolve nella dimostrazione dell’esistenza di due condizioni, e cioè l’esistenza di un fatto produttivo di conseguenze pregiudizievoli, e l’idoneità del medesimo ad ingenerare una ripercussione “dolorosa” nella sfera personale del soggetto leso (requisiti entrambi allegati da parte attrice). Tale secondo presupposto, poi, può ritenersi integrato anche sulla base di presunzioni semplici.

Il danno lamentato da parte attrice è esclusivamente il danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c., nella forma del grave pregiudizio al diritto dell’attore al riconoscimento e godimento della propria attuale identità personale. Si richiamano in proposito i principi enunciati dalla corte di cassazione (SS.UU. sentenze nn. 26972/08, 26973/08, 26974/08, 26975/08), secondo cui il “danno non patrimoniale” “anche quando sia determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona costituisce danno conseguenza (cass. n. 8827 e 8828/03, n. 16004/03) che deve essere allegato e provato” e “attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri”.

Le ricadute negative sul diritto al riconoscimento della propria identità personale, nonché il grado di disagio che ne consegue, vengono pertanto presunte, sulla base dei seguenti elementi: a) l’oggettiva portata offensiva di alcune parte dell’articolo in esame (laddove si descrive l’attore come un usuraio, latitante, evasore fiscale per somme molto ingenti); b) l’evidente pregiudizio all’identità personale in ragione del notevole lasso di tempo trascorso dalle indagini avvenute nel 1985 (concluse senza imputazioni per l’odierno attore); c) il fatto che le notizie siano contenuto nell’archivio telematico del quotidiano La Repubblica, accessibile a tutti i fruitori di internet.

Quanto alla quantificazione del risarcimento, ter(…) equo liquidare, in via necessariamente equitativa, il risarcimento del danno in Euro 10.000,00, oltre interessi dalla data della presente pronuncia sino al saldo.

Funzione risarcitoria ha innanzi tutto la richiesta pubblicazione ex art. 120 c.p.c., finalizzata a contribuire a riparare il danno alla reputazione; tale pubblicazione viene disposta sul quotidiano La Repubblica, in caratteri doppi del normale.

Le spese di lite nei rapporti tra l’attore e Google Italy S.r.l. – in ragione del fatto che la pronuncia si è limitata a valutare l’esistenza della legittimazione processuale della convenuta e delle argomentazioni relative al legittimo affidamento dell’attore nella possibilità per la Google Italy S.r.l. di rimuovere l’articolo – possono essere compensate.

Le spese di lite, nei rapporto tra il M. ed il Gruppo Editoriale l’Espresso S.p.A. seguono la soccombenza e vengono liquidate, secondo i parametri di cui al D.M. n. 140 del 2011, in ossequio a quanto previsto dall’art. 41 del D.M. n. 140 del 2011, come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale di Milano, prima sezione civile, in composizione monocratica, ogni diversa domanda, eccezione e deduzione disattesa e definitivamente pronunziando nella causa promossa da A.M., così provvede:

1) Dichiara il difetto di legittimazione passiva della Google Italy S.r.l.;

2) Accoglie la domanda spiegata dall’attore nei confronti del Gruppo Editoriale l’Espresso S.p.A. e, per l’effetto, condanna quest’ultima società a cancellare l’articolo “l’usuraio del casino’ ha evaso 84 miliardi”, pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” il 29.9.1985, dall’archivio telematico del quotidiano La Repubblica;

3) Condanna il Gruppo Editoriale l’Espresso S.p.A., al pagamento in favore di A.M., dell’importo di Euro 10.000,00, oltre interessi dalla data della sentenza al saldo, a titolo risarcitorio del danno non patrimoniale subìto;

4) Ordina la pubblicazione della presente sentenza, per estratto (intestazione e dispositivo) su “La Repubblica”, in caratteri doppi del normale, a spese e cura del Gruppo Editoriale l’Espresso S.p.A.;

5) compensa le spese tra l’attore e la Google Italy S.r.l.;

6) condanna il Gruppo Editoriale l’Espresso S.p.A. a rimborsare all’attore le spese processuali, liquidate in Euro 3.840,00 oltre i.v.a. e c.p.a. come per legge.

Così deciso in Milano, il 26 aprile 2013.

Depositata in Cancelleria il 26 aprile 2013.

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